L'ombra della mafia sulle elezioni 2015 in Puglia: «Clan aiutò candidato 'Popolari'»

L'ombra della mafia sulle elezioni 2015 in Puglia: «Clan aiutò candidato 'Popolari'»
Settantamila euro in cambio dei voti. Le elezioni regionali del 2015 sarebbero state inquinate dalla criminalità barese, è quanto emerge da un’inchiesta della Dda e del nucleo investigativo dei carabinieri che, ieri, hanno notificato 5 avvisi di conclusione delle indagini. Secondo i pm Carmelo Rizzo e Federico Perrone Capano, il clan Di Cosola – uno dei più spietati della provincia di Bari – avrebbe “sostenuto” un candidato della lista Popolari che sosteneva la coalizione di centrosinistra capeggiata dall’attuale governatore Michele Emiliano.
Il candidato favorito è Natale Mariella, imprenditore che, però non è indagato dalla Procura: i carabinieri ritengono che non sia stato lui a scendere a patti con la cosca ma un’altra persona, un uomo ritenuto un suo collaboratore, Armando Giove. Mariella non è stato eletto: raccolse 5.866 voti, un buon bottino ma che gli permise di arrivare solo terzo nella sua lista. Gli inquirenti sono certi che dei 70mila euro chiesti dagli affiliati al clan 28mila sono stati consegnati e distribuiti. Soldi che sono serviti ad assoldare gli scagnozzi della criminalità per andare ad intimidire e, se necessario, picchiare i cittadini di Ceglie del Campo, Carbonara, Giovinazzo e Bitritto per convincerli a votare Mariella.

Il manifesto elettorale di Mariella 


«Avvalendosi della forza intimidatrice del noto gruppo criminale – scrivono i due pm nell’avviso di conclusione delle indagini - avrebbero fermato gli elettori per strada invitandoli, con minacce velate e intimidazioni, a votare per il loro candidato». Il gruppo criminale che avrebbe materialmente inquinato il voto sarebbe stato composto dal 48enne Teodoro Frappampina, il 34enne Luigi Guglielmi, il 49enne Giovanni Martinelli, il 30enne Alfredo Sibilla. L'inchiesta antimafia, però, coinvolge altre 39 persone, fra le quali il boss pentito Antonio Di Cosola, suo figlio Michele e lo stesso Giove (ritenuto “collettore di voti per il candidato”), nei confronti dei quali si procede separatamente (la Procura ha fatto uno stralcio del fascicolo originario).
L’operazione, ribattezzata Attila, è partita da alcune dichiarazioni dei pentiti, tra le quali quelle proprio del boss Antonio Di Cosola, l’uomo che per 30 anni ha guidato la cosca e che, a sorpresa, lo scorso maggio ha deciso di collaborare con la giustizia per amore di sua moglie. Stando alla ricostruzione degli investigatori, agli elettori bloccati per strada prima di entrare nelle urne veniva detto esplicitamente che il clan aveva la capacità di verificare il voto impedendo così «il libero esercizio del diritto di voto ed alterando il risultato delle votazioni». A far leva sugli elettori era sicuramente, secondo la magistratura barese, la nota forza intimidatrice dei Di Cosola, la capacità di controllo del territorio e la "possibilità di contare sull'omertà delle vittime e dell'ambiente in genere". I reati ipotizzati sono, a vario titolo, di associazione mafiosa, voto di scambio e coercizione elettorale.

 
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Giovedì 22 Settembre 2016 - Ultimo aggiornamento: 23-09-2016 10:29