Xylella, due anni perduti tra chiacchiere e progetti campati in aria

Xylella, due anni perduti tra chiacchiere e progetti campati in aria
Il paesaggio siamo noi, la nostra identità, il nostro passato, il nostro presente e il nostro futuro. E il paesaggio non è mai morto. Vive e cambia seguendo la storia e i cambiamenti dell’uomo. E va tutelato, protetto, curato. Quello che scaturisce dall’articolo di Fabio Pollice, pubblicato ieri su questo giornale, è un messaggio che fa riflettere.
E fa riflettere anche il fatto – del tutto casuale – che la Giornata del paesaggio, cui la riflessione di Pollice è dedicata, sia coincisa proprio con la giornata della rinata emergenza xylella.
Perché la morte degli ulivi, il disseccamento lento e inesorabile che ha colpito una foresta che contava undici milioni di alberi, al di là dei danni gravissimi che sta procurando all’economia del territorio – a causa dei quali agricoltori e produttori hanno deciso di tornare in piazza con i loro trattori – un disastro lo ha già determinato. E non da ora. La morte degli ulivi ha radicalmente e irrimediabilmente modificato il paesaggio in una parte del Salento. “Quel mare verde diventato marrone”, titolava questo giornale esattamente due anni fa, quando editoriali e reportage portarono all’attenzione di tutti l’emergenza xylella mettendo a nudo ritardi, sottovalutazione e persino l’indifferenza che fino ad allora aveva accompagnato le denunce che giungevano dalle campagne del Gallipolino. Qualcuno ha anche scherzato su quel “marrone”, altri hanno tentato in tutti i modi di vederci chissà quali inconfessabili interessi, che ovviamente sono esistiti e in parte ancora esistono soltanto nella fantasia di chi ha tempo per fantasticare. La verità è che il mare verde è sempre più marrone e gli ulivi continuano a seccare e a morire. Quel titolo fu ispirato da un breve viaggio nel Basso Salento, dove la statale che da Gallipoli porta a Leuca una volta sembrava galleggiare su una distesa di chiome verdi. Due anni fa era quello il luogo maledetto. Oggi quel mare marrone si è spostato a Nord e se non dà la stessa impressione è solo perché la strada è più bassa delle chiome. Ma provate a percorrere la statale 101 fino a Lecce, guardatevi attorno e contate gli ulivi verdi. Quelli ormai secchi no, perché per avere il tempo di farlo dovreste andare a piedi.
E non è tutto. Nel frattempo il batterio s’è spostato ancora più a Nord, ha raggiunto il Brindisino, ha sfiorato la provincia di Taranto e provate a immaginare cosa potrebbe accadere se arrivasse nel Barese. Dove la produzione di olio ha numeri più importanti e dove le aziende agricole hanno giri d’affari più grossi. Dove, insomma, l’economia della regione potrebbe subire un colpo dalle conseguenze imprevedibili.
Già, l’economia. Perché ovviamente non è soltanto un problema di paesaggio. Come era prevedibile, l’avanzare del disseccamento ha finito col decimare gli uliveti e a togliere la materia prima a decine di aziende. Le prime hanno chiuso i battenti oltre un anno fa, ma ora la crisi sta esplodendo in tutta la sua drammaticità e l’intero comparto rischia la paralisi. Certo, i contadini continueranno a produrre l’olio finché sarà possibile, qualche azienda sopravviverà perché è riuscita finora a tenere lontano il batterio. Le etichette che costituiscono un’eccellenza ormai consolidata proseguiranno sulla loro strada che attraversa fiere e mercati italiani e stranieri. Ma il calo della produzione, naturale per i cicli della pianta ma irreversibile a causa dell’azione del batterio, prima o poi presenterà il conto.
Perché tanto pessimismo? Semplicemente perché in due anni non è cambiato nulla e nulla sembra sia destinato a cambiare nell’immediato futuro. E perché le promesse e le strategie messe in campo si sono rilevate quanto meno insufficienti se non fallimentari.
Vediamo di fare il punto. La ricerca - rallentata da un’inchiesta della Procura di Lecce che finora ha prodotto una decina di indagati, un paio di proroghe e nessuna risposta ai dubbi sollevati – prosegue con i suoi tempi, che non possono essere gli stessi di chi sul campo chiede soluzioni immediate all’avanzare del batterio. Le cure cosiddette alternative, alcune degne di massima attenzione altre di un velo pietoso da stenderci sopra, non hanno ancora dato un esito positivo tale da imprimere una svolta. I piani di intervento si sono miseramente sgretolati sotto il peso dei sequestri, degli avvisi di garanzia e delle ordinanze dei tribunali amministrativi. Sequestri e ordinanze che son serviti sì a salvare dall’abbattimento centinaia o migliaia di alberi, ma che non hanno risolto il problema della diffusione della xylella. Le buone pratiche, ovvero il lavoro di contenimento dell’insetto vettore e la cura di terreni e alberi, annaspano nonostante la buona volontà di proprietari e agricoltori (non tutti, purtroppo) e i controlli dei Forestali. Ancora oggi, a due anni di distanza dal sorgere dell’emergenza, ci sono intere distese di uliveti abbandonati al loro destino accanto a terreni curati. Per non parlare delle aree di pertinenza pubblica (rotatorie e parchi compresi) dove le buone pratiche non hanno mai messo piede o zappa. L’Europa appare sempre più indecisa sul da farsi e sempre più lontana, mentre il governo sembra essersi scordato dell’esistenza di madama xylella.
In tutto questo la Regione continua a collezionare panna montata. Abbiamo assistito ad una campagna elettorale di un governatore in pectore che ha cavalcato l’onda del «niente tagli tanto la xylella non esiste». Poi abbiamo visto il governatore, eletto, affrontare la situazione all’insegna dell’«adesso ci penso io!» con tanto di navigazione a vista: un po’ verso la sponda di una magistratura alla ricerca del complotto a cui hanno gridato gli ambientalisti, un po’ su quella dei produttori in crisi. Tanto fumo e poco, pochissimo arrosto. Come fumo, anzi un fumogeno, è stata l’idea di una task force regionale che ha riunito per un paio di volte una cinquantina di esperti i quali a loro volta sembra siano riusciti solo a dirsi buongiorno e buonasera. Non è così? Bene, allora ci dicano da Bari cosa quella task force ha prodotto e come sta contribuendo a salvare l’olivicoltura dal disastro annunciato. E, giacché ci siamo, ci dicano perché non si riunisce più.
Dulcis in fundo la legge regionale sulla xylella, annunciata come una panacea ma ricoverata d’urgenza in qualche cassetto di via Capruzzi per minacce di aborto e lasciata lì con una prognosi riservata. Intanto gli alberi seccano. E seccano pure gli ulivi millenari che colpevolmente non si è pensato di proteggere, quelli sì memoria del nostro paesaggio e della nostra cultura.
Ma non fa nulla. Prima o poi Superman, ora impegnato e distratto da mille impegni, tornerà per risolvere tutto con la bacchetta magica della Fata Turchina. Chi glielo dice che potrebbe non trovare più ulivi da guarire e aziende agricole da salvare?
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Mercoledì 15 Marzo 2017 - Ultimo aggiornamento: 11:54