Processo Sabr, condannati imprenditori e caporali

Processo Sabr, condannati imprenditori e caporali
La prima sentenza in Italia che riconosce il reato di “riduzione in schiavitù” dei lavoratori. E’ la sentenza pronunciata ieri pomeriggio nell’aula bunker dai giudici della Corte d’Assise di Lecce sul processo nato dall’inchiesta del procuratore aggiunto Elsa Valeria Mignone e dei carabinieri del Ros, sull’impiego e lo sfruttamento dal 2008 al 2011 nelle campagne di Nardò, della manodopera straniera per la raccolta delle angurie e dei pomodori.
Tredici condanne e tre assoluzioni, ha detto il dispositivo della sentenza letto dal presidente Roberto Tanisi (a latere il giudici togato Francesca Mariano ed i giudici popolari). Undici gli imputati condannati per riduzione in schiavitù (che ha assorbito anche quello di associazione a delinquere), imprenditori e “caporali”. E tutti ad undici anni di reclusione ed alla interdizione perpetua dagli uffici pubblici: Pantaleo Latino, 63 anni, di Nardò (14 anni la richiesta di condanna), ritenuto l’imprenditore che organizzava l’arrivo, la permanenza ed i turni di lavoro dei braccianti; Ben Mahmoud Saber Jelassi, 47 anni, tunisino (14 anni la richiesta), il cui soprannome di “Sabr” diede poi il nome all’inchiesta. Stessa condanna per quegli altri imputati definiti dall’accusa collaboratori di Latino: Livio Mandolfo, 51 anni, di Nardò; Giovanni Petrelli, 54 anni, di Carmiano (per entrambi erano stati chiesti nove anni); Meki Adem, 56 anni, sudanese; per Aiaya Ben Bilei Akremi, 33 anni, tunisino (13 anni la richiesta); Yazid Mohamed Ghachir, 48, nato in Algeria, chiamato “Giuseppe l’algerino” (12 anni la richiesta). Saeed Abdellah, 30 anni, sudanese (10 anni per ); Rouma Ben Tahar Mehdaoui, 42 anni, tunisino. Nizar Tanja, 39 anni, sudanese (sette anni la richiesta). Marcello Corvo, 55 anni, di Nardò, ed Abdelmalek Aibeche Ben Abderrahma Sanbi Jaquali, 46 anni, tunisino, sono stati assolti dall’accusa di riduzione in schiavitù e condannati a tre anni di reclusione ed all’interdizione di cinque anni dagli uffici pubblici, con l’accusa di associazione a delinquere finalizzata alla permanenza irregolare di stranieri, per sfruttarli nel lavoro nei campi. Sono difesi dagli avvocati Fabio Corvino, Vincenzo Perrone, Antonio Palumbo, Francesco Galluccio Mezio, Giuseppe Cozza, Valerio Spigarelli, Nuzzo, Anna Sabato ed Amilcare Tana.
Assolti invece da tutte le accuse, “per non aver commesso il fatto”, Corrado Manfredi, 64 anni, di Scorrano; Giuseppe Mariano, 79 anni, di Porto Cesareo; e Salvatore Pano, 61 anni, di Nardò (nove anni la richiesta di condanna per ognuno di loro). Sono difesi dagli avvocati Giuseppe Bonsegna, Antonio Romano, Antonio Luceri, Vincenzo Blandolino e Galluccio Mezio.
Per gli imputati condannati è stato disposto il risarcimento dei danni in sede civile per i sette braccianti costituitisi nel processo (fra i quali Yvan Sagnet, a capo della rivolta a Boncuri), assistiti dagli avvocati Viola Messa, Maurizio Scardia e Francesco Polo ). E per i due operai che ne avevano fatto richiesta è stato disposto il versamento di una provvisionale di diecimila euro a testa. Parti civili anche la Regione (con l’avvocato Anna Grazia Maraschio), Cgil, camera del lavoro (con l’avvocato Vittorio Angelini), Flai-Cgil (con l’avvocato Viola Messa), e l’associazione Finis Terrae che gestiva la masseria Boncuri (con l’avvocato Maria Russo).
Tre mesi il termine indicato per depositare le motivazioni della sentenza che spiegherà il punto cruciale del processo: cosa si intenda per riduzione in schiavitù, per come venivano trattati i braccianti stranieri impiegati a Boncuri. Motivazioni di una sentenza che non ha precedenti.
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Giovedì 13 Luglio 2017 - Ultimo aggiornamento: 22:50