Calabrese, l'ultimo immortale
nella casa di Eta Beta

Alfredo Calabrese nella sua casa-museo
Allora, vediamo di intenderci. Due ore e più di racconto, da mezzogiorno in poi; 42 gradi fuori, cervello in ebollizione. Troppi dati, troppi aneddoti, troppi reperti. Troppa bellezza. Troppo tutto. Dice: vai, c’è una storia da narrare. Una? Qui le storie sono migliaia. Cosa racconti? Da dove cominci? Quale scegli? La penna s’arrende prima del tempo: l’inchiostro liquefatto è in libera uscita. Il taccuino proclama la serrata: vorrebbe una durata medio-lunga, così finirebbe in un amen. Meglio andare a memoria, pensi; ma già ti vengono i brividi: la memoria, quella vera, autentica, certificata davanti a due testimoni - chi scrive e chi fotografa - è arte sopraffina di cui fa sfoggio con velocità e una certa nonchalance, aggirandosi tra scaffali e bauli, entrando e uscendo da questo labirinto del tempo, il padrone di casa. Alfredo Calabrese.

Che poi, casa... Questa è una biblioteca, pinacoteca, emeroteca e tutto il rimario che il suffisso consente. Ma sì, anche paninoteca (se uno slancio di generosità ricomprende i pani di argilla, un momento e capirete), e forse anche enoteca (lato sensu), perché gli ultimi reperti entrati in questo gran bazar dell’onniscienza sono quattro bottiglie di birra ucraina, con le effigi di Trump, Obama, Merkel e Putin, arrivate dall’estero solo due giorni prima. Definirla museo sarebbe riduttivo. Lo spirito è diverso. Qui c’è un’anima. Non ci vuole la sibilla per capirlo. Il professore, ché professore è, volteggia, parla, mostra, cerca e soprattutto trova, lo sguardo come radar, le mani come bisturi: dal flusso incessante di parole seziona il segmento da corredare di foto, oggetti, immagini. Il gioco è fatto, risultato garantito. Domanda: come fa a mantenersi così attivo, così in forma? Un attimo per caricare la risposta ed ecco la stilettata: queste sono cose che si chiedono agli anziani. Mordersi la lingua mai, vero?

Alfredo Calabrese ha 87 anni. Ma è come fosse un Highlander, l’ultimo degli immortali. Oppure Luigi Salomone Calibano Sallustio Semiramide, in arte Eta Beta, sorpreso nel suo guardaroba con tutti gli arnesi ammassati e pronti a essere infilati in tasca. E qui, in questo antico palazzotto di via Raffaele Maddalo, a Campi, edificato in parte su un frantoio del ’400, qui altro che arnesi sparsi. Ci arriviamo. È il figlio sopravvissuto di Salvatore Calabrese. Una storia (un’altra) nel mare di storie: nato a Campi nel 1903, marito di Virginia Pierri (capitolo a parte, la signora: parente di San Giuseppe Moscati e sorella di Michele Pierri, secondo marito di Alda Merini, lui 85 anni e lei 53 il giorno delle nozze), Salvatore Calabrese si laureò in Medicina a Napoli, fu professore di Anatomia Patologica a Genova, direttore sanitario dell’“Ansaldo”, capitano medico della “Guardia nazionale repubblicana della Montagna”, impegnato dal 24 aprile 1945 con la “Brigata Benucci 863” a liberare Genova. Ma il tempo di guerra fu anche tempo di lutti e tragedie: tre dei quattro figli morirono in pochi mesi (rimasi solo io, ricorda Alfredo; studiavo Medicina, lasciai tutto; poi seguii la vena artistica ereditata dal lato materno della mia famiglia). Rientrato a Campi, Salvatore Calabrese avviò la fondazione dell’ospedale, che in seguito diresse, e costruì l’istituto “Mamma Bella” per l’assistenza all’infanzia abbandonata. A suo nome, dopo la morte nel 1973, è nata un’associazione, ora presieduta da Luca Calabrese, oncologo e figlio di Alfredo: molteplici iniziative, in differenti ambiti; l’ultima “Mundi Identitas”, il Forum su culture e forme espressive svoltosi a Lecce. Fine del flashback.

Alfredo, allora. Professore prima e direttore poi dell’Accademia delle Belle Arti nel capoluogo salentino. Riposta in un cassetto l’avventura universitaria con Medicina, l’interesse per il corpo umano imbocca strade diverse, non meno interessanti: la pittura, la scultura (i pani di argilla di cui sopra; toscana, tiene a precisare). A questo aggiunge passione, curiosità, interessi diffusi. Viaggi. Crea, raccoglie, compra, scova, cataloga. Ed eccoci. Dai libri alle opere d’arte, dagli antichi manoscritti ai diari di guerra, dai manufatti preistorici ai residuati bellici, dai ricordi di mondi lontani alle stampe, eccetera eccetera eccetera eccetera. È tutto denunciato, schedato, catalogato e regolarmente posseduto, mette le mani avanti il professore: qui i controlli non mancano; la Sovrintendenza sa. All’ingresso i guanti e le scarpe di Pio X. Più a sinistra, in una vetrinetta, una summa del genio di Giuseppe Candido, vescovo, inventore e fisico leccese (XIX sec.): la pila, il gassogeno e un minuscolo bureau de voyage, poco più grande di uno smartphone, con pennino, inchiostro, sabbia per asciugare, fiammifero, ceralacca e timbro. Qui nessuno inventa nulla. È tutto già visto, o quasi. In alto, sulla volta a botte, alcune maioliche della premiata ditta Angelantonio Paladini, sindaco di Lecce nel 1866: la sua impresa dava lavoro a 150 persone; i suoi pavimenti arrivavano in tutta Europa. Brandelli di storia, ed è solo l’antipasto. Siamo all’ingresso. Nell’altra stanza gli originali di busti importati: un papa Roncalli finito a New York (se ti avvicini vedi che si muove, scherza ma non più di tanto) e un Giorgio Primiceri per la sede centrale della Banca Popolare Pugliese, a Matino. E poi i lavori per il Paisiello a Taranto, il Girolamo Comi a Lucugnano... Poco oltre si apre il mare magnum dell’impossibile. Stanza dietro stanza, e anche all’interno degli stessi ambienti con gli scaffali a mo’ di pareti per frazionare ancor più gli spazi. Nel silenzio, all’improvviso, la preghiera di un muezzin. Arriva da un minuscolo minareto. Ero con uno dei miei figli a Chicago, racconta il padrone di casa, c’era un convegno di musulmani e l’ho comprato. Canta cinque volte al giorno. Se la pila regge.

Qual è il pezzo più antico? Lo chiedi dopo aver visto di tutto tra i 17mila volumi che corrono intorno a far da cornice. Incluso il diario del valoroso capitano Andrea Pichi, con i piani di battaglia per la guerra dei Trent’anni, protestanti da una parte e cattolici dall’altra (1618-48 per capirci), antesignano dei libri pop-up: sfogli le pagine e si aprono delle scenografie su foglio doppio da restare senza fiato, particolari così minuziosi da sentire echi di tamburi lontani. Allora, il più antico? Forse questo, dice il professore: e indica un manufatto in pietra su cui poggia la mano, evidente simbolo fallico per riti propiziatori. L’ho trovato in una discarica, spiega, credo avesse la stessa funzione dei menhir: catturare i raggi e l’energia del sole per fecondare la terra. E il più suggestivo? Prende un libro – ne è l’autore – e squaderna pezzi di memoria locale che sono tasselli della più ampia storia nazionale: proprio a Campi, il 18 ottobre 1943, si ricostituì l’Esercito Italiano, col re Vittorio Emanuele a passare in rassegna gli organici del Primo raggruppamento. Foto, alamari e bandiera sono qui.

La moglie del professore è al piano di sopra, Dagmar Davidson. Si sono conosciuti a Roma, in Accademia. Lei, svedese, era al corso di pittura. Hanno cinque figli: Andrea, professore negli States; Isabella, docente al Classico di Brindisi; Cristina, insegnante in Accademia; Luca, a lungo direttore dell’Unità di Chirurgia orale dell’Istituto Europeo di Oncologia di Milano, ora a Bolzano, e Giampaolo, manager della Biosud a Squinzano. Al pianterreno i ventilatori provano a tenere a bada l’umidità. Dappertutto corrono fili elettrici, prese, neon, lampadine. Professore... Tranquilli, rassicura, quando esco stacco tutto. Un gatto fa la perfetta imitazione di sé a futura memoria: sembra una scultura, poi si muove. Spiritoso. Un fumetto di Tex dissacra l’ambiente. Alfredo Calabrese spiazza: al piano di sopra ho tutta la raccolta, dal numero 1. Mitico. Furti nessuno. Antifurti top secret. Ma ogni tanto una controllatina ai visitatori che vanno via non fa male: qui ci sono anche opere in miniatura che varrebbe la pena (censured). Ma l’anfitrione è generoso non solo di parole: in dono, a ricordo dell’incontro, un maxi-poster con la mappatura della flora salentina su disegno della moglie. Sto scrivendo un articolo, annuncia: lo intitolerò “Una scala verso il cielo”. Perché? Ho notato che molte costruzioni dalle nostre parti hanno una scala che non conduce da nessuna parte, pur svettando sopra il terrazzo. Credo sia emblematica dell’essenza salentina: costretto nei paesi tra il campanile della chiesa e la facciata del palazzo baronale, il popolo ha trovato il modo di manifestare il proprio spirito indomito, per nulla incline alla sottomissione. La storia, quella combattuta, lo conferma.

Il tempo qui non passa. Resta intrappolato. Fuori, la rovente estate 2017. Dentro, l’anno che volete, quello che preferite. Resta un dubbio: come fa a mantenersi così attivo, così in forma? Coraggio: chiedeteglielo.
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Domenica 16 Luglio 2017 - Ultimo aggiornamento: 20:15