Petrolio e Grecia affossano le Borse

I MERCATI
NEW YORK Nuova caduta del petrolio e nuovo scivolone delle Borse, che guardano con preoccupazione ai riflessi che il fenomeno avrà sull'economia globale. Il barile di greggio è sceso per la prima volta sotto la soglia dei 58 dollari nella notte di giovedì, e ieri ha toccato un minimo di 57,57 dollari. Nei dodici mesi la misura convenzionale del barile ha perso 44,50 dollari di valore, pari al 40%. Il settore energetico delle maggiori piazze ha accusato pesantemente il colpo, trascinando in basso i titoli di farmaceutica e chimica, e quelli finanziari. La Borsa di Milano è stata la maglia nera in Europa (il vecchio continente ha bruciato 236 miliardi) con una perdita del 3,13%, mentre l'indice a Francoforte è sceso del 2,72%, quello di Parigi del 2,77%, Londra - 2,49%, Madrid - 2,90%. Pesa sulle piazze europee l'incertezza politica delle elezioni greche, con Tsipras che promette di stracciare l'accordo di salvataggio firmato con la troika, e un'uscita del paese dall'euro. A New York il Dow Jones ha perso l'1,75%.
Per gli analisti la discesa del petrolio non è ancora arrivata al punto più basso. Arabia Saudita e Opec non accennano a volerla arrestare con un'arbitraria riduzione delle estrazioni, e il mercato mondiale è ancora dominato da un eccesso di domanda, foraggiata tra l'altro da un continuo aumento della produzione di idrocarburi negli Usa. L'opinione diffusa è che il prezzo al barile sia destinato a scivolare verso la soglia di 50, forse 45 dollari entro la prossima estate, prima di tornare a veleggiare ad una quota più funzionale di 75 dollari. I mercati non possono che registrare l'incertezza che il fenomeno induce al momento, ma le previsioni a medio termine parlano di un riassestamento in alto nel breve termine degli indici delle maggiori Borse.
LA DEFLAZIONE
La perdita di valore del petrolio d'altra parte sta mettendo nelle tasche dei consumatori risorse inaspettate per la spesa natalizia, e il dato è evidente in Usa, dove i consumi sono in forte ripresa e stanno spingendo ancora una volta la crescita del pil nazionale. Nemmeno le grandi società petrolifere americane sembrano soffrire più di tanto la caduta dei prezzi dei combustibili. Gli estrattori di gas scisto sono ormai assestati su una soglia di profittabilità che può sostenere un arretramento del petrolio fino a 38 dollari al barile, e quindi si sentono al riparo. L'effetto temuto è invece una spinta verso la deflazione, e quindi una prossima inversione della politica monetaria della Fed.
Anche l'Italia è soggetta ad una spinta deflazionistica: l'Istat ha comunicato ieri che nel mese di novembre i prezzi sono scesi dello 0,2% rispetto ad ottobre, e che nei confronti con novembre 2013 l'ascesa è limitata al + 0,2%. Il paese che più accusa gli effetti negativi del calo del petrolio è la Russia, il cui governo pianifica il suo bilancio su un prezzo di 100 dollari al barile, e che sta sprofondando verso una recessione profonda. Ieri il rublo ha registrato una caduta record di valore sia nei confronti dell'euro, scambiato a 72,74 rubli, che del dollaro (57,54 rubli).
Gli Usa non possono che sentirsi confortati da questi sviluppi. Il deprezzamento del petrolio sta pesando sul regime di Putin più di ogni altra sanzione economica, e potrebbe convincere il presidente russo a più miti consigli, sia riguardo alla disputa territoriale in Ucraina, che alla politica nucleare dell'Iran.
Flavio Pompetti
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Sabato 13 Dicembre 2014, 06:17 - Ultimo aggiornamento: 00:00