I giornalisti, le tragedie
e il dovere di raccontare

Egregio direttore,

mi riferisco al commento in calce all’articolo “Pugni, sputi e insulti al fotografo del Gazzettino”. Innanzitutto la massima solidarietà al fotografo aggredito e condivisione del suo commento laddove definisce il fatto “grave ed inaccettabile”. Così come deve essere espressa solidarietà, comprensione e rispetto per il dolore provati dagli amici e parenti della povera ragazza suicidata si a Cittadella. Mi sono tuttavia chiesto: perché parenti e/o conoscenti di Nadia, così si chiamava la ragazza, hanno reagito in tal modo alla presenza di giornalisti e fotografi? Probabilmente solo il dolore non basta a spiegare tutto ciò. Mi è allora venuta alla mente una canzone del povero Giorgio Gaber, scritta nel lontano 1980, nella quale (cito a memoria) si rivolge ai giornalisti dicendo "avete troppa sete e non sapete approfittare della libertà che avete, quella di pensare, ma quello non lo fate e in cambio pretendete la libertà di scrivere e di fotografare... vi buttate sui disastri umani con il gusto della lacrima in primo piano". Troppo spesso anch’io ho provato fastidio e repulsione all’insistenza di certi giornalisti nel porre domande (spesso alquanto stupide) a chi è stato colpito da tragedie. Per cui, con la massima solidarietà per i poveri fotografo e giornalista, ritengo doveroso un esame di coscienza da parte della categoria in questione sui perché si verificano certe reazioni violente che costituiranno sicuramente fatti “gravi e inaccettabili” ma che altrettanto sicuramente possono essere provocate anche dall’“etica” troppo disinvolta di un insano giornalismo. Non mi riferisco al caso narrato, però mi permetto di sottolineare che la violenza non è costituita solo da “pugni, sputi e insulti” ma troppo spesso anche dalla troppa insistenza nella violazione dell’intimo che si trasforma in mancanza di rispetto per chi soffre.


Lettera firmata

Mogliano Veneto (Tv)



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Caro lettore, è facile trovarsi d'accordo sui principi generali. E anche condividere le sferzanti strofe di Gaber. Ma le vicende e i fatti vanno analizzati uno per uno. Per ciò che sono e per ciò che rappresentano, rifuggendo da generalizzazioni e semplificazioni. Il commento pubblicato ieri non aveva alcuna intenzione di "assolvere" la categoria dei giornalisti. Che, né più né meno di altri, sbagliano. Né di giustificare l'accanimento spudorato e inutilmente sensazionalistico con cui tante volte, ha ragione lei, i media affrontano tragedie e disastri umani. Il commento voleva stigmatizzare un preciso comportamento, violento e ingiustificato. E sottolineo questo secondo aggettivo: ingiustificato. Perché non è con una raffica di pugni e di insulti che si risolvono i problemi. Ma soprattutto perché, mi prendo la responsabilità di dire, il Gazzettino in questa vicenda non ha speculato né sulla tragedia di Nadia né sul dolore dei suoi parenti o amici. Abbiamo raccontato, cercato di capire e di far capire una scelta di autodistruzione che è anche un dramma sociale e collettivo. Certo, è umanamente comprensibile che chi da questa tragedia è stato colpito da vicino potesse preferire il silenzio e abbia vissuto con profondo disagio e persino con rabbia l'attenzione di giornali e tv. Ma per aver quella che, nella canzone da lei citata, Gaber chiamava "la libertà di pensare", bisogna anche conoscere: innanzitutto, conoscere la realtà e i fatti. Che spesso sono duri da digerire e da accettare. E non sempre per colpa dei giornalisti.
Venerdì 14 Febbraio 2014, 13:34 - Ultimo aggiornamento: 14:02
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