“Killer in viaggio”, la stupidità uccide: meglio se in coppia

Steve Oram e Alice Lowe
ROMA - Due dementi si aggirano per le campagne inglesi. Visitano speranzosi luoghi turistici come il Museo della Matita o quello del Tram Storico. Esplorano con animo trepidante siti archeologici dai nomi solenni. Si amano rumorosamente nella loro roulotte, poi crollano sognando gesta eroiche. E intanto si lasciano dietro una lunga scia di sangue.

Ogni epoca ha i serial killer che si merita. La nostra ha due turisti, due come ce ne sono a milioni, emblema vivente del consumismo e della civiltà di massa. Due stupidotti insospettabili e vestiti malissimo che farebbero rivoltare nella tomba non solo Bonnie e Clyde, prototipo del binomio immortale Glamour & Delitto, ma anche i loro epigoni più degenerati. Come l’infermiera obesa de I killers della luna di miele, che in coppia col suo seducente amante trucidava signore abbienti nel film indimenticabile (e rimasto unico) di Leonard Kastle, 1970. O i due psicopatici sanguinari effigiati da Oliver Stone in un altro film destinato a far epoca, Assassini nati.

Anche se Stone, attraverso l’iperbole dei delitti a catena, stigmatizzava i meccanismi perversi della fama e gli orrendi appetiti dei media. Mentre in questa irresistibile black comedy di pura marca britannica (primo premio all’ultimo Noir in Festival di Courmayeur) tutto è irrimediabilmente dimesso, anonimo, incolore. Squallido, nel senso più domestico e antieroico del termine, come squallidi sono Chris e Tina (i geniali Steve Oram e Alice Lowe, anche sceneggiatori di questo film scritto benissimo), i loro sogni confusi, i loro incontri erotici, troppo voraci per non sapere di revanscismo, i loro rancori dozzinali ma radicati. Tanto radicati da spingerli a eliminare, prima per caso poi sempre meno, i malcapitati che si frappongono fra loro e la loro idea di felicità, o almeno di vacanza. Ovvero di educazione e decoro, perché il turista serial killer non cerca la fama né l’interesse personale, ma vigila sulla correttezza e il rispetto, dell’etica e dell’estetica (a suo modo s’intende...).

TOUR SANGUINARIO

E soprattutto ammanta quel tour sanguinario di valori terapeutici ma irraggiungibili. La povera Tina si illude di sfuggire alla presa mortifera di una madre anziana e malata (ma meno di quanto voglia apparire), pronta a tutto per ricattarla col senso di colpa e mandare a monte ogni suo sogno (con dialoghetti madre-figlia feroci e perfetti). Ma il neodisoccupato Chris, che sembra il trascinatore ma è l’anello debole della coppia, fantastica addirittura improbabili riscatti intellettuali. E fra un delitto e l’altro, blatera cose come «Ho preso un anno sabbatico... Voglio scrivere un libro... Trovare la mia vera voce... Ti ho vista al corso di capoeira e ho capito che eri quella giusta...».

Come un nipotino dei Bouvard e Pécuchet flaubertiani, più che dei Natural Born Killers di Stone. Incattivito da un’epoca che concede a qualsiasi storico della domenica di prendersi per un grande intellettuale, ma scava anche solchi invisibili quanto profondi fra il piccolo borghese e il vicino di roulotte che ha il torto di essere più snob e danaroso di lui, ma non meno pieno di pregiudizi, dunque sarà duramente punito (e guardate che fine fa la sua macchina fotografica...). Il tutto in un film che non guarda mai dall’alto in basso i suoi personaggi, anzi fa in modo che siano loro a guardare noi. Letteralmente, con un «camera look» spietato e definitivo. Che è uno dei momenti più alti di un film di genere, apparentemente senza troppe pretese, ma rigoroso e controllatissimo.
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Mercoledì 12 Giugno 2013 - Ultimo aggiornamento: 13-06-2013 14:30
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