Il Salento dorato con l'anima nera di Daniele Rielli

Daniele Rielli, di spalle, nella foto di Roberto Seclì
Quando tutti osannavano il Salento dei beach party, i suoi reportage ne mettevano a nudo, con sarcasmo, i meccanismi perversi. E quando il Movimento 5 Stelle raccoglieva il 25% dei voti, un’analisi sul suo blog - che poi gli è valsa il Macchianera italian award 2013 come miglior articolo dell’anno - illustrava i cinque buoni motivi per non votare Grillo. Il fatto che allora fosse “solo” un blogger, nascosto dietro lo pseudonimo di Quit the doner (Basta con i kebab, ma questa è un’altra storia), non cambia la voglia di Daniele Rielli di offrire uno sguardo sorprendentemente inedito sulla realtà.



Il caso e le origini leccesi vogliono che il romanzo sia ambientato nel Salento, metafora della provincia italiana. Inutile dire che il quadro non è quello del sole, del mare e del vento a cui il marketing territoriale ci ha abituato. Si tratta di un romanzo corale e complesso, con un massiccio uso del dialetto e una sottotrama noir. E, a guardare in controluce, dietro la storia dell’arrampicatore sociale s’intravede il tramonto di una società che, troppo concentrata a difendere i suoi privilegi, non si accorge che sta per estinguersi, superata e travolta dal mondo. Ed è proprio da qui che parte Rielli per raccontare “Lascia stare la gallina”.



La recensione



La corsa al potere giustifica qualunque aberrazione. Così, almeno, la pensa il suo Salvatore Petrachi.

«Totò è un antieroe, un personaggio negativo. Tenta la scalata a un’elite che si seleziona secondo il famoso familismo amorale. È un misantropo, uno che odia l’umanità e tuttavia scatena empatia perché l’ho raccontato senza giudicare e senza assolvere: non era mia intenzione fare apologia della criminalità».



Il contesto in cui i personaggi si muovono, però, è tutt’altro che idilliaco.

«Rispecchia la mia visione della realtà. Credo che l’Italia abbia il noir dentro perché la zona grigia ingloba tutto: l’importante è fare soldi. Le ideologie sono morte, rimane solo la competizione individuale in un ambiente dove le regole non sono cristalline o, per lo meno, non sono sempre applicate. Anche se è una storia molto vitale, racconta un tramonto in cui tutti i personaggi sono alle prese con la propria sopravvivenza».



Una metafora dell’Italia.

«La borghesia italiana ha vissuto un momento di abbondanza assoluta e continua a vivere cieca e sorda al mondo che cambia, perché si rifiuta di cambiare il proprio modo di gestire il potere. Ma non c’è solo questo: il dibattito politico e giornalistico italiano è su un altro pianeta rispetto al resto dell’Occidente: i grandi temi della contemporaneità non esistono. Siamo in un momento in cui quello che facevamo trent’anni fa non basta più per competere con le nuove potenze».



C’è una via d’uscita?

«O ci si rimette al passo dando spazio alla meritocrazia, oppure siamo destinati ad essere travolti, a diventare un parco giochi. Il comitato di pietra del romanzo è il mondo globalizzato, con cui ci si rifiuta di fare i conti».



Si è ispirato a personaggi reali?

«Ho fatto un’ampia ricerca documentale di stampo giornalistico e su questa base ho scritto una storia plausibile, ma non reale».



Da qui anche l’uso massiccio del dialetto.

«C’è stato uno studio linguistico intenso: il dialetto era funzionale alla pretesa di realismo perché in alcuni contesti non era credibile che quei personaggi parlassero in italiano».



Come mai ha scelto proprio il Salento come ambientazione?

«Non c’era un’idea pregressa: nel Salento ci sono le mie radici e con questa terra ho un rapporto intenso. Mi ha sempre attirato perché per certi versi è un mondo a parte, ma mi sembrava potesse ben rappresentare la provincia italiana».



Mentre il mondo scopre il Salento paradisiaco delle vacanze, il suo romanzo gioca a svelarne un volto più reale, crudo e spietato. Il contrasto è spiazzante.

«La scelta riguarda il mio approccio alla narrazione: mi piace mostrare le cose che di solito non vengono mostrate. L’effetto di svelamento viene fuori perché, da quando il Salento è diventato un prodotto commerciale, l’immagine che circola è un’immagine di marketing, mistificatoria nella misura in cui leva gli scuri e lascia solo i chiari. Ho scelto una narrazione senza compromessi perché un romanzo non è un’operazione di promozione del territorio. Finora ho avuto feedback positivi».



Con i suoi reportage ha dato una scossa al panorama giornalistico “costringendo” il pigro lettore italiano a leggere pezzi lunghissimi, persino sul web. Qual è il segreto?

«Far convivere una scrittura piacevole con la competenza documentale. Prima di mettermi a scrivere raccolgo tutto il materiale possibile e dopo rendo tutto più digeribile con le tecniche narrative. Sperimento molto. In un contesto in cui le news si trovano gratis online e il giornale del giorno dopo è ormai vecchio, ci stiamo reinventando. Fare giornalismo di qualità costa, è una sfida molto stimolante perché non rientra nella nostra tradizione, ma l’unica cosa che in futuro potrà dare valore aggiunto sono i prodotti premium».



Come mai ha scelto di uscire dall’anonimato?

«Quando scrivere è diventato il mio lavoro mi sono reso conto che avere un’esistenza nascosta mi negava tante esperienze. Vivi in incognito e ti chiedi: chi sta vivendo la mia vita? È una scelta problematica: perderò delle cose, ne guadagnerò altre, ma fa parte del cambiamento e io cerco sempre di rinnovarmi, perché il percorso di un autore è un percorso di ricerca».



Inchieste, reportage, romanzi: cosa farà Quit the doner da grande?

«La scrittura è una e l’autore va inteso sempre più in maniera trasversale: certo, se il romanzo va bene non credo andrò ancora in giro a dormire sui divani della gente. Voglio fare quello che faccio adesso, cioè scrivere, ma lavorando meglio e con più risorse a disposizione, perché il tempo compra la qualità».
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Sabato 20 Giugno 2015 - Ultimo aggiornamento: 21-06-2015 19:12