Per troppa luce, la narrazione e l’illusione della realtà

Per troppa luce, la narrazione e l’illusione della realtà
Dove si trova precisamente la città di Neripoli? Chi vuole fare nel Salento la grande truffa del parco tematico? Chi sono veramente i potenti e i deboli, i giusti e gli ingiusti che si alleano e si osteggiano, si odiano e si amano, nell’ultimo romanzo di Livio Romano, “Per troppa luce”? Il lettore di Galatina se lo chiede senz’altro.
Il lettore di Aosta può anche chiederselo ma gli mancano del tutto gli elementi per darsi una risposta. In realtà, entrambi i lettori possono godersi la lettura senza caricarsi di affanni interpretativi. Affinché un romanzo a chiave sia davvero apprezzato, la chiave non deve cadere mai nelle mani del lettore, ma rimanere saldamente in quelle dell’autore, fine stratega di un grande gioco di maschere. Questo è il meccanismo allestito da Livio Romano.
La lotta per la tutela del territorio, un tema di impegno civile, ha un lato pubblico che si candida a diventare il capitolo satirico dell’Enciclopedia di Smallville, lo studio guidato dal sociologo Stefano Cristante sulle trame del salotto invisibile; e un lato privato che diventa una battaglia dei sessi almodovariana, cioè sempre sull’orlo di una crisi di nervi.
Ma se un romanzo a chiave non si deve interpretare, cos’ha da offrire al lettore? In generale, se è buona narrativa, le sue maschere hanno una vita più lunga dei personaggi reali a cui si ispirano: Charles Foster Kane, il personaggio di finzione creato da Orson Welles in “Quarto potere”, è diventato ben più celebre del monopolista della stampa americana Randolph Hearst a cui pure si ispirava; e il primo, a differenza del secondo, si è conquistato oltre alla fama anche l’immortalità.
Un’altra caratteristica che fa apprezzare “Per troppa luce” è che, nonostante il livello della satira sia feroce e “scorretto” (come fastidiosamente si dice), lo scrittore ama quasi tutti i suoi personaggi: non c’è niente di peggio, al contrario, di un romanzo che fa a pezzi i personaggi, che li deride senza concedere loro la compassione umana che si deve a creature che nascono sì dalla mente dello scrittore, ma poi girano per il mondo sulle proprie gambe. Livio Romano sembra amare davvero questi poveracci che si barcamenano tra vizi privati e pubbliche virtù, le donne (come nella realtà) piuttosto al di sopra della meschinità degli uomini, gli uomini derelitti ma buffi, incapaci persino di fare il male per bene, come si deve. L’amore dello scrittore si vede nella cura dei dettagli che regala a ciascun personaggio, dettagli fisici e psicologici, gusti, manie, traumi del passato e prospettive per il futuro; normale che alla fine del romanzo ciascun lettore abbia i propri preferiti, ma quel cialtrone di Ranci che conosciamo a pagina 8, quel meraviglioso millantatore, arrampicatore sugli specchi, quel Ranci è insuperabile. Per trovare qualcosa di così potente bisogna riprendere in mano “La festa è finita” di Ammaniti, un altro romanzo a chiave di genere satirico, in cui c’è un miliardario che si compra tutta Villa Ada, parco storico e immenso nel quartiere dei Parioli a Roma.
Rispetto ad Ammaniti, che tende alla perspicuitas, alla chiarezza, alla scrittura sciolta del voltapagine, Livio Romano è invece devoto all’ornatus, all’invenzione linguistica, sintattica, lessicale: per usare un’espressione che Andrea Pinketts indirizza a se stesso, ha il senso della frase. In “Per troppa luce” il senso della frase crea un livello che racconta un’altra storia, un meta-romanzo in cui la scrittura passa dal vernacolo al forbito, dallo statement all’anacoluto. C’è un gusto, assolutamente en passant, alla “Superwoobinda” o alla Nuovi Mostri (Enzo Paolo Turchi, Forlani); e poi magari partono tre pagine in stile Pasquale Panella, battistiane fin dal titolo del capitolo ospitante (“Per quanto punti i piedi”), filosofico-musicale come poche altre voci del momento (“le consonanti si fanno telaietti alti mezzo metro vuoti da dentro”).
Sì, va bene, ma allora Neripoli dove sta? Chi è veramente il professor Caraccio? Ha scritto Edith Wharton: “Tutti i romanzieri che descrivono (o dall’esterno o dall’interno) la cosiddetta ‘vita di società’, sono perseguitati dall’accusa esasperante di mettere nei loro libri delle persone vere. Chiunque sia dotato della minima capacità creativa riconosce l’assurdità di simile accusa. “Persone vere” trasportate in un’opera di immaginazione, cesserebbero immediatamente di essere tali; soltanto quelle nate nella mente del creatore possono dare la minima illusione di realtà”.

 
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Giovedì 27 Ottobre 2016 - Ultimo aggiornamento: 20:44