Feto nato morto a Brindisi
La procura apre l'inchiesta
BRINDISI - «Stamattina (ieri per chi legge, ndr) alle 10.15 abbiamo presentato in Procura, a Brindisi, un esposto per fare chiarezza sulle cause che hanno portato alla morte del bambino che la mia assistita, la donna giunta in ospedale la sera di martedì al nono mese di gravidanza per un parto cesareo d’urgenza, portava in grembo». A riferirlo è Giovanni Zaccaria, legale della famiglia di Carovigno, protagonista della brutta storia avvenuta all’interno dell’ospedale Perrino di Brindisi. «Naturalmente – spiega l’avvocato – non abbiamo indicato alcun colpevole. Vogliamo solo capire se, con un intervento più tempestivo, si sarebbe potuta salvare la vita al bambino. Vorremmo comprendere, inoltre, se vi sia stata colpa medica, visto che l'ultima ecografia è stata eseguita il 2 gennaio mentre il parto cesareo era fissato per l’8».

Stando a quanto detto da alcuni medici al marito della donna incinta, il bambino sarebbe morto per soffocamento, dal momento che avrebbe ingerito tanto liquido amniotico da non poter essere salvato neanche con l’aspirazione. Le cartelle cliniche, intanto, sono state sequestrate e, prossimamente, si conoscerà quando sarà effettuata l’autopsia sul corpo del piccolo. La legittima aspettativa della coppia e del loro legale è di sapere se, al netto di imprevisti e disservizi vari, il piccolo avrebbe potuto avere qualche chance in più. Insomma, bisogna verificare se arrivando prima al quinto piano, utilizzando l’ascensore che invece era in panne, le possibilità di salvezza per il piccolo sarebbero potute essere maggiori.

Nell’esposto presentato in Procura, Zaccaria ha fornito ai magistrati la versione dei fatti così come riferitagli dai suoi assistiti. «La paziente è arrivata in ospedale intorno alle 21.25 di martedì sera. È stata portata al nono piano, sede del reparto di ginecologia. Verso le 21.50, dopo aver effettuato il tracciato, si è deciso di trasferirla al quinto piano per il parto cesareo. Giunti all’ascensore adibito allo spostamento dei pazienti, uno di quelli grandi in cui è possibile caricare una barella, la paziente e il personale non hanno potuto usufruire del trasporto poiché il sistema non funzionava. A questo punto, la mia assistita è stata avvolta in delle coperte, è stato chiamato il personale della sicurezza per sbloccare alcune porte che davano su una rampa esterna alla struttura e da qui la barella e il personale sanitario che accompagnava la paziente hanno raggiunto il quinto piano».

Le anomalie, stando al racconto di Zaccaria, non si esauriscono qui. «Intorno alle 23.25, il marito della donna, dal nono piano dove attendeva il suo ritorno, ha visto che qualcuno cercava di infilare un’incubatrice in uno degli ascensori più piccoli, quelli riservati ai visitatori. Anche in questo caso, per una questione di dimensioni del macchinario, troppo grande per il vano cabina, si è dovuti ricorrere allo stesso sistema usato per la paziente: si è chiamato il personale di sicurezza che ha aperto le porte esterne e l’incubatrice è stata portata così al quinto piano». La tensione dell’uomo, a questo punto, è aumentata anche perché era ben conscio che l’unica partoriente dell’ospedale fosse la moglie. «Il mio assistito – prosegue l’avvocato – è stato raggiunto da una dottoressa verso le 00.30: il medico gli ha comunicato che, nonostante tutti gli sforzi profusi dall’equipe, il bambino non ce l’aveva fatta. Un altro dottore, sopraggiunto poco dopo, ha dichiarato che il piccolo aveva ingerito troppo liquido amniotico e che neanche procedendo all’aspirazione è stato possibile salvargli la vita».
Ora la parola passa ai magistrati che dovranno ricostruire quei minuti e accertare cosa e quanto si sarebbe potuto fare per salvare la vita al piccolo che, comunque, non potrà tornare mai all’affetto di una madre che l’ha portato in grembo 9 mesi.
Giovedì 09 Gennaio 2014 alle 17:03