Interviste/ Leone de Castris: «I nostri vini che hanno fatto storia»
LECCE - Se uno dice Leone de Castris pensa al vino, in realtà l’azienda che ha il suo cuore pulsante a Salice Salentino e nella vitivinicoltura l’attività principale, è impegnata anche nell’olivicoltura, nel pascolo, nella zootecnia, nel seminativo e nel settore turistico.
«È proprio così - spiega l’amministratore delegato Piernicola Leone de Castris, 51 anni - la nostra è un’azienda agricola integrata, con origini nel 1600, che attualmente si estende per circa 300 ettari partendo dal Salento per toccare le province di Bari e Brindisi. La produzione di vino è il nostro punto di forza per storia e realtà produttiva. Infatti, la Leone de Castris è tra le aziende più rappresentative della Puglia e del Mezzogiorno e, certamente, la più antica della regione».
Prima c’era suo nonno Piero, poi suo padre Salvatore, ora alla guida dell’azienda c’è lei? È quello che voleva fare da giovane?
«Sì, non ricordo di aver mai desiderato altro. Del resto, parliamo dei luoghi dove sono cresciuto, nella cantina ci giocavo da piccolo. Si è costruito un rapporto naturale, non c’è stato nulla di forzato. Mi piacevano gli attrezzi agricoli, in campagna stavo bene e oggi faccio un lavoro che mi dà grandi soddisfazioni».
Un’infanzia all’aria aperta, la sua?
«Quando è stato possibile senz’altro. Tenga conto che sono nato e vissuto a Bari sino a 3-4 anni. Mia madre, Maria Violante, è barese, e mio padre in quel periodo faceva l’assistente ordinario di Storia del Risorgimento all’Università. Poi, papà decise di dedicarsi all’azienda e tornammo nel Salento, casa a Lecce e direzione aziendale a Salice. Io vivevo in città, durante le vacanze andavo con la famiglia a Salice, così prendevo contatto con il mondo dell’impresa. Dopo la maturità, tornai a Bari per studiare Economia e Commercio, una facoltà che mi interessava in vista di una futura attività imprenditoriale».
Dopo la laurea, i primi passi in azienda quando suo padre Salvatore, un uomo autorevole e rappresentativo, era al comando. Difficile lavorare al suo fianco?
«No, perché tra noi c’era un buon rapporto. Il confronto era sempre costruttivo, lui mentalmente era molto giovane e non era difficile trovare punti d’incontro. Papà era molto impegnato in varie attività extraziendali, è stato per 18 anni presidente della Camera di Commercio, quindi ha dovuto delegare molto e questo mi ha obbligato ad assumere da subito responsabilità gestionali e questo ha favorito la mia maturazione».
Che cosa rappresenta il vino per Leone de Castris?
«È un elemento di forte identità. Basti pensare che nell’azienda sono nati due vini che hanno segnato la storia della vinicoltura salentina: il Five Roses e il Salice».
Ci racconta un po’?
«Il Five Roses è una creatura di nonno Piero. Assieme al Salice, è un prodotto simbolo dell’azienda, famoso nel mondo. Anno di nascita il 1943, quando le truppe alleate erano a Brindisi. Il nonno aveva messo a punto un rosé che piacque molto al generale americano Charles Poletti. Così ne fu ordinata una certa quantità per il rifornimento delle truppe. Però, mancavano le bottiglie, c’era ancora la guerra, l’Italia era spezzata in due, e fare arrivare il vetro era impossibile».
Allora, non se ne fece nulla?
«No, perché il nonno pensò bene di riciclare le bottiglie di birra che usavano gli stessi alleati e in quel contenitore provvisorio trovò dimora il rosè che, in onore dell’ufficiale americano, fu chiamato Five Roses, traduzione di Cinque Rose, la tenuta in territorio di Salice dalla quale proveniva l’uva. L’azienda è talmente legata a questa etichetta che ho scritto un romanzo tascabile per raccontarne la storia. Due anni fa, poi, abbiamo creato uno spumante, metodo classico, chiamandolo Five Roses».
La storia del Salice, invece?
«Questa è stata opera di mio nonno e di mio padre. Loro volevano dare il nome del luogo dove si è fatta la storia della nostra azienda a un vino importante, così nel 1954 nacque il Salice rosso. Dopo 20 anni di commercializzazione fu riconosciuta la Doc Salice Salentina, considerata la più rinomata della Puglia. Negli ultimi anni la gamma aziendale si è ampliata con le Doc Primitivo di Manduria, Copertino e Locorotondo. Adesso siamo anche impegnati a sviluppare l’aspetto turistico e stiamo lavorando per far diventare Salice un polo attrattivo per gli appassionati del vino e dell’olio che noi stessi produciamo».
Dove si vende il Leone de Castris?
«Produciamo annualmente circa 2 milioni e mezzo di bottiglie, metà vengono distribuite in Italia, metà all’estero».
I mercati più floridi?
«Siamo presenti in una quarantina di Paesi. Abbiamo un rapporto consolidato con gli Stati Uniti, poi ci sono il Canada, il Giappone, il Sudamerica, l’Australia. In Europa siamo ben presenti in Germania, Svizzera, Belgio, Regno Unito, Lussemburgo».
Quanto incide la crisi sull’export?
«Le difficoltà sono quelle generali, comunque il vino salentino negli ultimi 10-15 anni si è molto sviluppato, ma resta ancora molto da fare. Se ci fermassimo ora o ci adagiassimo sugli allori pregiudicheremmo il nostro futuro».
Siamo poco abituati a fare sistema. Perché?
«È un problema generale del nostro territorio, non si riesce a mettere assieme le energie e le competenze che pure ci sono. Ma non è un fattore legato solo al settore del vino».
È possibile voltare pagina?
«Certo, ma bisogna cambiare di mentalità. Sicuramente nella nostra generazione c’è un’apertura mentale maggiore, potremmo parlare di un percorso in via di costruzione».
Un marchio Salento potrebbe aiutare?
«Sarebbe importante se Lecce, Brindisi e Taranto si mettessero assieme per promuovere il territorio e i prodotti più caratteristici. Le tre province unite potrebbero fare molto».
Negramaro: perché non si utilizza al meglio questa etichetta che gode di grande popolarità?
«L’idea è buona, ma occorre considerare che nonostante i tanti proclami il parco del negramaro non è mai partito. La mia convinzione è che bisogna investire sul negramaro, vitigno principale della provincia di Lecce. Può essere una soluzione, però anche i consorzi di tutela devono fare di più».
Quanto è importante il turismo per il Salento?
«Moltissimo. Lo considero un elemento fondamentale sul quale dobbiamo insistere. Il turismo è una sorta di collante capace di unificare vari settori produttivi che vanno dall’artigianato, all’agroalimentare, all’enogastronomia, ai servizi e alle produzioni più diversificati (abbigliamento, calzaturiero ed altro). Naturalmente, si tratta di fare programmazione, di elevarne i livelli qualitativi, anche perché sono numerose le aziende – compresa la mia – che stanno investendo importanti risorse nel turismo, in modo che tutto non si riduca ad essere il solo caos del mese di agosto».
Dove va il Salento?
«Il nostro è un territorio splendido sotto tanti punti di vista, ma sta soffrendo enormemente la crisi economica. Dobbiamo puntare molto sulle peculiarità, sulla valorizzazione delle nostre eccellenze, sulla produzione di merci che si caratterizzino per la loro unicità e ci differenzino dagli altri. Solo così è possibile conquistare quote di mercato non solo in Italia. In altre parole, occorre invertire la logica che porta a realizzare prodotti a basso valore aggiunto. Non è questa la strada per essere competitivi».
Non sarà facile raggiungere questi obiettivi?
«Tutto il Salento, quindi anche Brindisi e Taranto, deve unire le sue forze se vuole superare gli ostacoli presenti, e lo dico anche come presidente di Confindustria Lecce. Deve migliorare la sua immagine, deve utilizzare tutte le sue potenzialità e deve avere l’ambizione di puntare in alto se vuole uscire dalla crisi e imboccare la strada della crescita».
Domenica 17 Giugno 2012 alle 20:26
Ultimo aggiornamento: 20:26