Interviste/ Spedicato: «Papà mi voleva muratore, io scelsi la strada dell'arte»
LECCE - «I miei genitori volevano che diventassi maestro muratore. Così, da ragazzino, 9-10 anni, d’estate andavo dai famosi Russo (c’è ancora maestro Pippi) nella mia Arnesano. Erano artigiani bravissimi, autentici eredi di Brunelleschi, li ho definiti dopo. Il cantiere mi piaceva: ero colpito dal lavoro dello scalpellino, dalle decorazioni, dalle volte a stella, dalle architravi; mi affascinava la costruzione, il muro che si elevava, a piombo. Stavo lì a guardare, davo una mano, per quello che potevo fare, e imparavo qualcosa».
Salvatore Spedicato, 73 anni, ricorda la sua infanzia per ripercorrere una storia che lo vede da oltre mezzo secolo protagonista indiscusso della cultura e dell’arte salentine. Una storia iniziata appena concluse le Elementari.
«Sì, fui io a decidere di iscrivermi all’allora Scuola d’arte “Giuseppe Pellegrino” di Lecce, Sezione scultura, nonostante i miei genitori avessero qualche dubbio. Volevo andare oltre il mestiere del muratore, cercavo qualcosa di diverso, anche se non sapevo esattamente cosa».
L’esperienza alla Scuola d’arte?
«Straordinaria e altamente formativa. Si facevano 18 ore di laboratorio a settimana, disegno dal vero, lavorazione della pietra, modellazione con l’argilla e gesso, si imparava a leggere un progetto. Dall’altra parte della cattedra c’erano maestri del livello di Raffaele Giurgola, Virgilio Carotti, Aldo Calò, Guido Gremigni e negli anni ’55-’56 a farci Storia dell’arte c’era il grande Vittorio Bodini che nello stesso periodo insegnava all’Università di Bari».
Una volta avuto il diploma?
«Avevo imparato un mestiere, non sentivo la necessità di iscrivermi all’Accademia delle Belle Arti di Napoli. In quel momento la mia mente correva a Parigi dove pulsava il cuore dell’arte europea. Così, non avevo ancora 18 anni, me ne andai in Francia, ci rimasi per nove mesi e fu un’esperienza importante per la mia formazione. Quando tornai a casa per Natale decisi di non ripartire, volevo lavorare nella mia terra. Partire è un diritto, restare un dovere, diceva Sciascia. Iniziai a fare scultura per conto mio».
La prima esposizione?
«Nel ’57 partecipai a una mostra nel Circolo cittadino. Ernesto Alvino pubblicò la foto di una mia opera su “La voce del Sud” ed ebbi il plauso dei miei maestri, di Lino Paolo Suppressa e di Vittorio Bodini. A quell’epoca lavoravo e leggevo Papini, Prezzolini, Soffici, Malaparte, Croce, gente che aveva dato una scossa alla cultura italiana, ma anche autori stranieri come Baudelaire. Alla fine degli anni Cinquanta guardavo ai grandi scultori italiani ed europei come Arturo Martini, Marino Marini, Giacomo Manzù, Francesco Messina e Henry Moore. Guardavo, mi aggiornavo e scrivevo. Volevo evitare che il Salento, che pure mi piaceva come atmosfera e come tradizione intesa nella sua storicità, diventasse una sorte di prigione artistica. Volevo essere vicino alle correnti culturali dell’avanguardia».
Scultore, ma anche docente e maestro.
«Iniziai nel 1960 all’Istituto d’arte di Parabita dove rimasi per quattro anni. Poi passai al Liceo artistico di Lecce e nel 1971 all’Accademia delle Belle arti, prima come docente e dal ’79 al ’93 come direttore».
Quattordici anni alla guida dell’Accademia, con quali risultati?
«Diciamo che è toccato a me rifondarla e darle una prospettiva, facendo i conti con un contesto spesso distratto».
C’è poca integrazione tra Lecce e l’Accademia?
«Purtroppo sì, la città dovrebbe meglio comprendere il lavoro svolto dall’Accademia, un po’ com’è avvenuto, ma solo negli ultimi anni, per l’Università. Il problema è che a Lecce quasi in ogni famiglia c’è qualcuno che dipinge e siccome molti credono che per fare arte basti l’occhio e la mano, mentre la pittura è “cosa mentale”, come diceva Leonardo, non si dà, mi pare, la giusta importanza al ruolo di un’Istituzione di alta formazione artistica. Peccato».
Senta, se diciamo pietra leccese e barocco, lei che cosa risponde?
«Mi vuole provocare?»
No, solo sentire il suo punto di vista.
«Voglio essere chiaro, per evitare fraintendimenti. Il barocco appartiene alla storia ed è patrimonio della nostra terra. Sarebbe da pazzi denigrarlo, anche perché ha una forza attrattiva e fa muovere un grande numero di visitatori».
Lei, però, alcune riserve le ha avanzate.
«Mai rispetto al barocco nella sua storicità, ma solo in riferimento a quanti vorrebbero eternizzarlo come espressione d’arte. Un artista ha il dovere morale e culturale di andare avanti, di raccogliere le sfide del presente, di trovare nuove forme espressive in modo che la sua creatività entri in sintonia con lo spirito del tempo. Se non fa questo, diventa un artigiano che ripete a vita quello che già fa. L’artigianato definisce un luogo preciso, non ha e non può avere la pretesa di diventare un’espressione universale, come l’arte».
Il barocco è storia e la pietra leccese?
«Anche la pietra leccese si è fatta storia con il barocco. Però...».
Però?
«Diciamo che non è il marmo di Carrara. È una pietra sorda, come la zucca, assorbe e non riflette la luce, a differenza di quanto avviene per il marmo, il bronzo e altri materiali nobili, anche se quando c’è il sole si crea un gioco di luci ed ombre che conferisce alla pietra una certa vivacità. Poi, c’è la sua fragilità, la sua deperibilità, per non dire che è un castigo divino quando la si deve trasportare».
Pietra leccese da mandare in soffitta?
«No e a scanso di equivoci voglio ribadire la necessità di salvaguardare i nostri monumenti di pietra leccese. Del resto, anche a me è capitato di utilizzarla. Ricordo, tra l’altro, “L’albero della pace”, opera commissionatami dal Comune di Botrugno ed eseguita in collaborazione con Salvatore Elia, scultore e artista di grande sensibilità e capacità, prematuramente scomparso. La mia idea è che possa essere usata utilmente per interni, per decorazioni, cosa che diversi artigiani già fanno anche in funzione di una crescente richiesta da parte dei turisti».
L’arte, ci diceva prima, è altra cosa.
«Certo. L’arte è ricerca estetica, comportamento culturale, evoluzione. Non possiamo fermarci al Cinquecento o all’Ottocento, l’artista ha il dovere di guardare avanti, come ho cercato di fare nell’arco di oltre 50 anni di attività ben documentata nella recente mostra antologica di 80 opere voluta dal Comune di Cavallino e dall’Università del Salento».
Qual è stato il suo percorso artistico?
«Proprio la mostra di Cavallino ha evidenziato plasticamente cinque aspetti e momenti della mia ricerca partita dal naturalismo figurativo; per continuare con il naturalismo astratto; l’astrazione geometrica e neocostruttivismo, tendenza d’avanguardia tesa al superamento dell’informale; il mito mediterraneo; sino ad arrivare ad una sorta di plurilinguismo attuale senza schemi e senza riferimenti particolari».
I materiali preferiti?
«I più vari, dalla terracotta, materia antichissima, al cemento, al bronzo, al carparo, al marmo, al ferro, all’ottone e, come ho già detto, alla stessa pietra leccese. Il punto è che nell’opera ci dev’essere una stretta assonanza forma-materia, perché ogni forma ha la sua materia ideale e ogni materia ha la sua forma ideale».
Quali messaggi nelle sue opere?
«Prendo in prestito una frase di Federico Fellini - “Io non dimostro, ma mostro” - per aggiungere che le mie sculture, come le poesie, trasmettono un pensiero e sollevano interrogativi, perché nell’arte c’è la memoria storica, l’humus in cui l’artista nasce e matura che diventa memoria soggettiva. Così come c’è la ricerca paziente per fare sintesi e accedere ad un post-moderno che prende il meglio del passato per riproporlo in temi attuali; infine, c’è, il rifiuto dell’improvvisazione, dell’effimero».
È una concezione dell’arte che mette al bando un certo provincialismo della cultura salentina?
«Non lo so. Si possono anche trovare stimoli nel retroterra della salentinità, il problema è di riproporli in termini non localistici. Posso fare riferimenti alle mie opere in carparo che nascono da un impulso antropologico e richiamano lo spirito mediterraneo, la luce, il colore e il calore. Non è pura forma perché c’è il ricordo di un mondo nel quale siamo radicati. Un artista di New York che non conosce i nostri materiali e che non vive nel Salento non può proporre certe forme».
L’arte può essere fine a se stessa?
«No. Il compito della scultura oggi è anche quello di riappropriarsi dell’architettura contemporanea in quanto l’oggetto estetico migliora l’ambiente e l’esistenza delle persone. Il fatto visivo migliora la qualità della vita. Laddove manca la cultura dell’oggetto artistico è un deserto e spesso, purtroppo, questa cultura manca».
Un rimprovero rivolto a chi?
«Non tutti gli amministratori pubblici hanno saputo o voluto promuovere progetti civico-culturali capaci di rendere vivo l’ambiente urbano. Il legame tra cultura e vita pubblica è fondamentale. Se è incerto che possa esistere una cultura senza arte, un’arte senza cultura non è mai esistita».
Ha un consiglio per i giovani artisti?
«Innanzitutto, non improvvisare, non alzarsi la mattina e credere di riuscire a fare, in meno che non si dica, qualcosa di positivo. Occorre lavoro e studio, occorre cercare la propria ispirazione, che poi significa scavare dentro se stessi sino a trovare qualcosa che possa diventare creazione artistica. Il rischio che si corre è di essere superati tecnicamente dalla famosa scimmia Congo che, nello zoo di Londra, fornita di colori e tele realizzava opere pittoriche, tanto che un grande storico dell’arte, Carlo Ludovico Ragghianti, ebbe a dire “non sai più se credere all’abilità della scimmia o all’ingenuità umana”. Ecco perché, l’ispirazione, il sentimento, la capacità di vivere e comprendere il momento storico sono i fattori che definiscono l’opera d’arte al di là dell’aspetto puramente tecnico».
Il Salento fa tendenza per le bellezze naturali e la storia. Sembra meno in grado di scoprire e valorizzare l’arte contemporanea. Mancano i contenitori per ospitare mostre o eventi artistici?
«I contenitori ci sono, il problema è che cosa ci metti dentro. Occorrerebbe dare vita a una programmazione affidata ad esperti, liberi da ogni ingerenza, per dare visibilità alle espressioni artistiche di eccellenza. So che non è facile, ma bisogna provarci, anche se la cultura artistica è minoritaria, non solo qui, ma sicuramente in Italia. Ed è un paradosso se consideriamo che circa i due terzi del patrimonio artistico mondiale è distribuito lungo lo Stivale».
Lunedì 17 Marzo 2014 alle 14:39
Ultimo aggiornamento: 14:39