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Economia e lavoro, riforme necessarie ma non per decreto

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di Domenico MENNITTI

Le ultime vicende politico-economiche italiane - la necessità di riformare il mercato del lavoro, lo scontro sull’articolo 18, il dibattito sul dialogo sociale - rimandano quasi tutte alla “questione lavoro”.
Esso - il lavoro - è ancora il luogo d’incontro e sovrapposizione tra il momento materiale della trasformazione, la sua percezione produttiva di vitalità simbolica e la costruzione di prospettive di crescita economica e di ricchezza diffusa.
Certo, la fabbrica e il lavoro operaio hanno perso negli anni significanza sociale, è tramontato il modello fordista, sono emersi nuovi modelli di organizzazione aziendale; l’eredità di questi processi deve, forse, ancora essere registrata dalla politica nelle sue vibrazioni e potenzialità di lunga durata.

Eppure uno dei fulcri della possibile trasformazione politica contemporanea – all’interno del generale processo di mondializzazione dell’economia – si determina senz’altro sulla capacità di governo di questi nuovi processi economici-produttivi. La riforma del mercato del lavoro, del resto, a partire dalla revisione dell’articolo 18 dell’ormai antiquato Statuto dei lavoratori, è stato uno dei primi impegni assunti e non mantenuti da quasi tutti i governi di destra della seconda Repubblica.
Si tratta tuttora di un’iniziativa necessaria che, però, va inquadrata e chiarita in un processo più vasto e articolato. Un troppo facile nuovismo, giocato sulla sola manovra parlamentare, non è riuscito infatti ad avere ragione nel corso della stagione riformista evocata lungo un ventennio. Non si possono varare riforme profonde solo attraverso il ricorso a un decreto o a un voto in Parlamento. Occorre spiegare, fornire l’interpretazione complessiva del quadro, dispiegare chiaramente il processo di cambiamento di fronte ai vasti strati della popolazione. Solo individuando bene le prospettive future si possono vincere le resistenze diffidenti e il sentimento di paura di fronte al nuovo. Occorre insomma fornire un punto di vista.

Per dirla con le parole di Marco Biagi: «È legittimo considerare ogni elemento di modernizzazione o progresso un pericolo per le classi socialmente più deboli. È sempre stato così nella storia. Bisogna definire il passaggio dal vecchio al nuovo e viene da pensare che, dopo l’articolo 18, vi sono altre parti dei testi predisposti (ma non ancora inseriti ufficialmente nell’agenda dei lavori parlamentari) che si scontreranno con i veti sindacali. Peraltro qualsiasi intervento sullo Statuto dei lavoratori significa rivedere le tutele delle varie forme di lavoro e non solo estendere quelle attuali a chi ancora non ne dispone. Ogni processo di modernizzazione avviene con travaglio, anche con tensioni sociali, insomma pagando prezzi alti alla conflittualità». Questi prezzi – va aggiunto – diventano insopportabili se si pretende di riscuoterli quando il mondo è scosso da una crisi complessa e profonda che sta scaricando proprio sul lavoro le conseguenze più gravi.

Occorre piuttosto riuscire a fornire rappresentanza politica alle tensioni sociali, inverandole e politicizzandole nei processi di riforma. Il conflitto va compreso, non compressso, affrontato non annullato. È enorme la differenza tra questo approccio, giocato sulla libertà, e il pensiero socialdemocratico e socialmente debole, rassicurante a parole e in effetti ripiegato sulla difensiva. Il plus consiste soprattutto nella prospettiva di mutazione antropologica derivante da un approccio ispirato al riformismo politico e non al rivendicazionismo assistenzialista e conservatore. Un plus che faccia propria la dinamica della competizione, che si arrischi con travaglio e che, come sempre Biagi sosteneva, sia consapevole di dover pagare anche “alti prezzi di conflittualità”. Un plus che, però, consentirebbe di coniugare in un unico progetto flessibilità del lavoro, energia agonistica, fervore produttivo, creatività della tradizione, nuovo ruolo di supporto degli enti locali. Una ricetta in grado di consentire anche alle imprese italiane di competere nel mare aperto della globalizzazione.
È su questa base che deve impostarsi l’oggettivo interesse governativo per uscire dall’impasse determinato dal minimalismo di una impostazione non coinvolgente rispetto al modello sociale. Una reale azione riformatrice è infatti capace di trasformazioni socio-economiche ma anche – contemporaneamente – di espressione politica all’altezza degli eventi. Si colloca in questo quadro il dibattito di un nuovo paradigma di relazioni industriali: ipotizzare oggi un modello alternativo a quello ingessato delle vecchie tutele e alla concertazione delle parti sociali non significa tornare a vecchi paradigmi, ma – al contrario – introdurre uno schema inedito di democrazia economica che contemperi solidarietà ed efficienza e che tenga conto dell’inevitabile tasso di conflittualità. Si chiama “partecipazione competitiva” e il concetto nelle sue varie declinazioni contiene potenzialità evocative di nuove passioni politiche.
Viviamo in una libera e moderna economia di mercato protesa verso forme sempre più sofisticate di competizione, basate sul massimo dell’efficienza e dello sviluppo tecnologico. In questo contesto la forma più matura per realizzare un modello economico e sociale che affermi giustizia, uguaglianza e solidarietà, senza rinunciare allo sviluppo economico ed al benessere materiale, è la democrazia economica e la partecipazione dei lavoratori alla vita dell’impresa. La democrazia economica e la partecipazione affermano una tesi sulla società, ne implicano una visione e un modello di riferimento. Sono, quindi, tesi non solo sul lavoro, la sua emancipazione e i suoi diritti, ma anche sulla democrazia, sul capitalismo, sulle forme e l’organizzazione della vita moderna. Non si tratta né di corporativismo, né di socialismo, né di autogestione: semplicemente si tratta di partecipazione. Bisogna affrontare le emergenze della crisi, ma anche attrezzarsi ad affrontare il dopo.

Venerdì 04 Maggio 2012 - 12:12    Ultimo aggiornamento: 12:13

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