Interviste / Lino Banfi: «Il vescovo mi disse: prete no ma sai far ridere»
LECCE - «Il primo marzo ho festeggiato i 50 anni di matrimonio con Lucia, i 50 anni di vita a Roma e i 50 di carriera, messi assieme fanno i 150 anni dell’Unità d’Italia. Bello, no?».
Sorride sulla sua battuta, Lino Banfi, il grande attore “fuggito” dalla Puglia ad appena 17 anni, quando ancora si chiamava Pasquale Zagaria, per inseguire il sogno di calcare il palcoscenico e conquistare il grande pubblico.
Nato ad Andria, a tre anni va vivere con la famiglia a Canosa. I ricordi sono nitidi e carichi di ironia: «Era la fine degli anni Trenta, mio padre, Riccardo, assieme a due fratelli, acquistò un terreno nelle campagne canosine per coltivare cipolle e porri da esportare in Francia. “Sono emigrato a du pass da casa”, diceva papà scherzando».
E il piccolo Pasqualino che cosa faceva?
«Io giocavo, studiavo e andavo bene a scuola, tanto che finite le Elementari mi mandarono al Seminario di Andria. “O previte o nutare”, si diceva quando un ragazzino dimostrava un certo interesse per i libri. E “previte” era più facile, così mi toccò andare dai preti».
Che cosa le ha lasciato quell’esperienza?
«Di quegli anni sono rimaste tracce importanti e profonde. Studiare latino, greco, filosofia, italiano è altamente formativo, è un bagaglio dal quale si attinge per tutta la vita».
Quando ha scoperto di essere un comico nato?
«Le sembrerà strano, ma già da bambino, quando facevo le recite, iniziavo a parlare e la gente rideva. Succedeva anche in Seminario, durante le rappresentazioni sacre, qualsiasi parte mi affidassero, appena aprivo bocca scoppiava una risata, anche se si trattava della Passione di Cristo. Un disastro, insomma».
Forse per questo fu costretto a lasciare il Seminario?
«Non proprio».
Allora, perché?
«Devo raccontarle come andarono le cose?».
C’è qualcosa di cui vergognarsi?
«Diciamo di sì. Al Seminario era attaccato un convento, io e un compagno di studi andavamo a vedere le suore mentre si spogliavano. Fummo sorpresi e naturalmente il rettore si incazzò. E in che modo».
La punizione?
«Fui cacciato su due piedi. Facevo la quinta ginnasiale ed era maggio. Chiesi se potevo restare almeno sino alla fine dell’anno scolastico, ma non ci fu niente da fare. “Fuori subito”, gridò il rettore. Lasciai di nuovo Andria e tornai a Canosa. Però...».
Però?
«Mentre andavo via il vescovo Giuseppe Di Donna, un sant’uomo in odore di beatificazione, guardandomi bonariamente negli occhi mi disse: “Forse la tua vera vocazione è quella di far ridere le persone. E mi benedisse».
Una volta tornato a Canosa?
«Continuai a studiare, sognavo di prendere la maturità e di iscrivermi alla Facoltà di Medicina e Chirurgia. Mi piaceva l’idea di fare il medico, ma in agguato c’era la passione per lo spettacolo».
Come si manifestò?
«Quando in paese arrivavano le compagnie di varietà, ero sempre in prima fila. Ad un certo punto, la gente mi spingeva sul palcoscenico e io a improvvisare qualche battuta tra ballerine tutte “bone” che mi facevano girare la testa. Avevo appena 17 anni quando il proprietario di una compagnia, era un napoletano, mi scritturò. Così mi intruppai nella carovana con grande arrabbiatura di mio padre che chiamò i carabinieri per riportarmi a casa».
Sembra la storia di Pinocchio...
«Ero minorenne, ma già sapevo quello che volevo fare da grande e con un po’ di fatica lo feci capire anche a mio padre. Così fatto il servizio militare, mi dedicai anima e corpo all’attività teatrale. Del resto, mi ero iscritto all’Enpals, l’ente previdenziale lavoratori dello spettacolo, nel 1954, quando avevo solo 18 anni».
Quando nacque l’amore con Lucia?
«Ci siamo conosciuti che avevamo 15 anni e non ci siamo più lasciati. Lei era aiuto parrucchiera, poi aveva aperto un negozio tutto suo sempre a Canosa. Verso i 20 anni cominciammo a pensare al matrimonio. Ad un certo punto decisi di trasferirmi a Roma alla ricerca di nuove opportunità, Lucia chiuse il negozio e mi seguì. Nel 1962 ci sposammo».
A Roma che cosa trovò?
«Qualche occasione nel varietà e infinite difficoltà. Si guadagnava poco, i debiti crescevano e alcuni giorni si faceva la fame. Ad un certo mi fu offerta l’opportunità di un posto in banca, andai da Lucia e glielo dissi. Lei mi guardò, vide nei miei occhi una profonda amarezza e con poche parole mi fece capire da che parte stava».
Quali parole?
«Le ricordo come se le avesse pronunciate ieri: “Meglio un marito allegro che uno triste. Fai quello che ti piace fare e non ne parliamo più”. Per me fu un’iniezione di fiducia, mi rimisi a lavorare con maggiore lena sino a quando, era il 1968, decisi di passare dall’avanspettacolo al cabaret. Mi vide Lando Fiorini e fu lui che mi aprì le porte del successo. Il ’68 e il ’69 furono gli anni della svolta. Da allora è stato un crescendo di notorietà e soddisfazioni professionali che hanno ripagato me e Lucia dei tanti sacrifici fatti insieme».
È stato protagonista di commedie erotiche al fianco delle donne più affascinanti del cinema italiano (chi ha dimenticato Edwige Fenech?), e film popolari (chi non ricorda “L’allenatore nel pallone”?), allora poco apprezzati dalla critica, ma adorati dal grande pubblico. Ha qualcosa di cui pentirsi?
«No, rifarei tutto, del resto ci sono film che hanno lasciato il segno e sono ormai considerati cult. Semmai, c’è da dire che tutto veniva fatto di corsa, restava poco tempo per godersi la vita, per conoscere le città dove si girava. Questo è stato il limite di quegli anni frenetici».
Poi è arrivato nonno Libero: che cosa ha significato?
«Tanto. Sono diventato il nonno d’Italia, sono stato abbracciato dal Papa, ho avuto infiniti riconoscimenti e l’amore di un pubblico sterminato. È servito per completare la mia carriera di attore e anche a entrare in contatto con la terza generazione di fans. Nonno Libero è anche amato dai bambini di 2-3 anni e dai ragazzini di 10-12 anni. È un personaggio trasversale che piace a grandi e piccoli».
Film cult, televisione di successo e di qualità, eppure i grandi registi le hanno quasi sempre voltato le spalle. Dispiaciuto?
«In un certo senso sì, anche se devo dire che negli ultimi tempi alcuni grandi registi mi hanno confessato di essersi pentiti per non avermi mai coinvolto nei loro progetti. A me potrebbe bastare per assaporare la rivincita. Ma non è l’aspetto che m’interessa di più».
È anche ambasciatore italiano Unicef. Impegno gravoso?
«Si tratta di un incarico, che mi viene rinnovato da 12 anni, vissuto con dedizione. Per me è tutt’altro che un’onoreficenza. Ho compiuto imprese difficili per una persona della mia età, in Eritrea, in Angola, laddove ci sono bambini che soffrono, che sono maltrattati o malnutriti. Ma so che quanto fatto è comunque poco rispetto a quello che bisognerebbe fare per risolvere nel mondo un problema drammatico che interroga la coscienza di tutti noi».
È uno dei pugliesi più famosi, anzi è un simbolo della pugliesità. Come vede la “sua” terra?
«Le luci e le ombre si accavallano, ci sono potenzialità inespresse, io stesso potrei fare qualcosa per promuovere la Puglia, ma raramente vengo coinvolto. E poi sembra esserci un’invidia strisciante che impedisce di unire le forze. Mi è capitato di andare a Rimini e di trovare un albergo pieno. “Non si preoccupi – mi hanno detto – qui a fianco c’è un altro hotel bello quanto il nostro”. Ecco, da noi un fatto del genere è quasi inimmaginabile. Da noi lo sport più praticato è quello di parlare male di chi ci sta a fianco. Ma così è difficile crescere».
Pessimista?
«Ma no, semplicemente voglio evidenziare le cose che non vanno per poterle correggere. Faccio alcuni esempi: la Puglia ha numerosi pastifici che fanno della qualità il loro tratto distintivo; nel Salento c’è la Benedetto Cavalieri, azienda guidata da una persona amabilissima, nel cui stabilimento di Maglie viene prodotta la “Ferrari della pasta”, definizione che posso confermare avendola gustata. Eppure, non c’è un marchio “pasta di Puglia” capace di spingere i prodotti, seppur nella loro diversità, in Italia e all’estero. Stesso discorso vale per l’olio, il vino e altre produzioni di eccellenza della nostra terra».
Ha mai espresso queste sue considerazioni a chi di dovere?
«Certo, agli inizi degli anni Ottanta ne parlavo con Pinuccio Tatarella, uno che le cose le capiva un po’ prima degli altri. L’idea era quella di formare una sorta di “paniere della Puglia” con Banfi testimonial. Il discorso è stato ripreso negli ultimi tempi. Sono stato anche nominato ambasciatore della Puglia all’estero, ma fatti concreti non se ne sono visti molti».
Perché?
«Semplice, perché non si riesce a trovare un accordo tra quanti dovrebbero dare vita a queste iniziative. Lo ripeto, da noi c’è l’invidia che rovina tutto. Succede questo: esco da casa con un vestito nuovo, il primo amico che incontro mi chiede chi è il sarto. Gli dico il nome e di rimando: “Ancora da quello vai”. È una storiella che racconta bene il nostro modo d’essere».
Non perde occasione per esprimere il suo grande amore per Lecce e il Salento. Un’infatuazione?
«Per niente. La verità è che visto dal vivo il barocco leccese appare di straordinaria bellezza, uno resta stregato. Poi c’è la gentilezza della gente. Quando abbiamo girato “Il commissario Zagaria” ho trascorso due mesi stupendi in città con una troupe di cento persone. Ero ospite dell’hotel Risorgimento, c’era uno chef che mi coccolava e io lo lasciavo fare volentieri. Il piatto che mi piaceva di più? I “ciceri e tria”, erano davvero squisiti. A Lecce tornerei volentieri per girare un film o una fiction. Spero si possa fare».
Progetti in cantiere?
A furor di popolo tornerà “Un medico in famiglia”. Saranno registrate 13 puntate, ma io sarò presente solo in 6-7, nonostante le cortesi pressioni dei massimi dirigenti Rai, non mi sono sentito di assumermi un impegno più gravoso. Anche perché, subito dopo produrrò, assieme a mia figlia Rosanna, e girerò sempre per Raiuno sei puntate di una fiction che potrebbe avere come titolo “I giochi della gioventù”. Insomma, di lavoro ce n’è tanto e sino a quando il pubblico dimostrerà di volermi bene e di apprezzarmi, non mi tirerò indietro».
Domenica 29 Aprile 2012 alle 18:50