Interviste / Nardelli: «Qualità e prezzi controllati, così va il mio made in Italy»
MARTINA FRANCA - «Guardavo i grandi marchi dell’abbigliamento Made in Italy, come Ermenegildo Zegna, la loro capacità di valorizzare il prodotto e di aggredire i mercati esteri, e mi dicevo: so che non sarà facile, ma devo prendere esempio e tentare di percorrere la stessa strada. Oggi posso dire che la sfida è riuscita, pur tra le difficoltà di un presente dominato dalla crisi economica».
Domenico Nardelli, 51 anni, martinese, è il patron del marchio “Angelo Nardelli 1951” ormai conosciuto e apprezzato in Italia e nel mondo. Ma chi è Angelo?
«È mio padre, è lui che ha creato l’azienda partendo dal basso. Sta benissimo, ma ha deciso di farsi da parte per lasciarmi campo libero».
Com’è nata la vostra attività?
«Mio padre era commerciante, come mio nonno Francesco, si faceva cucire abiti, in particolare cappotti, e d’inverno andava in giro anche nei mercati della Campania e della Basilicata per vendere i capi. La prima svolta ci fu nel 1951, anno richiamato nel nostro marchio».
Che svolta?
«Mio padre decise di mettere su un laboratorio artigianale con 5-6 dipendenti e di produrre in proprio i capi di abbigliamento che poi vendeva ad un grossista. L’attività cresceva e andò avanti così per alcuni anni».
Quando ha messo piede in azienda?
«In realtà è come se ci fossi sempre stato, anche se mia madre, Paola Lenoci, quando ero bambino cercava di spingermi verso lo studio».
Invece?
«A me piaceva il lavoro di mio padre, ero affascinato e finite le scuole medie iniziai a frequentare corsi professionali di taglio e corsi di specializzazione come analista di tempi e metodi per la confezione industriale. Verso la fine degli anni Ottanta entrai stabilmente in azienda - dove avevo già imparato a cucire sulle macchine e a mano, a disegnare i modelli, a tagliare i capi, a gestire il magazzino - assumendo tutte le attività di gestione».
A quel punto come si è regolato?
«La prima decisione è stata quella di allargare gli orizzonti in Italia e all’estero e di dare vita ad una rete di agenti qualificati capaci di promuovere un prodotto che puntava sull’alta qualità e sulla riconoscibilità del marchio che nel frattempo avevamo creato. È stata una mossa che ci ha consentito di crescere e di costruire un’importante realtà imprenditoriale nella nostra terra. Oggi, con la crisi è tutto più difficile, ma noi andiamo avanti sperando che la nottata passi al più presto».
Come siete riusciti a combinare qualità e costi controllati?
«Non è stato e non è facile, abbiamo lavorato molto sulla gestione, realizzando nel nostro stabilimento di Martina Franca i prodotti di sartoria. Tutto il resto è stato delocalizzato quasi completamente (oltre il 90%) entro i confini nazionali. In questo modo siamo riusciti a mantenere un livello di competitività che ci consente di fronteggiare una concorrenza sempre più agguerrita e, in alcuni casi, spregiudicata».
La presenza all’estero dell’azienda quali risultati ha portato?
«Direi decisamente positivi, del resto se non si hanno la forza e la capacità di ampliare il mercato è difficile reggere a certi livelli restando chiusi nei nostri confini. Comunque, siamo presenti con i nostri show-room a New York, Mosca, Pechino. Sia negli Stati Uniti, che in Russia e in Cina abbiamo numerosi negozi monomarca e la presenza sta crescendo. In Europa lavoriamo bene in Inghilterra e in Francia, la Germania è poco attraente perché, come qualcuno dice, i tedeschi sono abituati a coprirsi, non a vestirsi. Adesso stiamo cercando di capire se Paesi emergenti come il Brasile e l’India possono diventare nuovi approdi per il nostro prodotto. Ma è un discorso ancora agli inizi».
Com’è organizzata la “Angelo Nardelli 1951”?
«Il problema principale è trovare collaboratori validi, non tanto il mega-manager che viene dal Nord, si prende un sacco di soldi dandoti poco o niente in cambio, quanto persone legate al territorio o comunque ai valori aziendali. Ecco perché preferiamo formare in azienda il personale. Per quanto mi riguarda ho anche la fortuna di poter contare sui miei tre figli: Paola nel ramo marketing, Angelo impegnato su negozi e franchising e Antonio che si occupa del prodotto assieme agli stilisti».
È stato facile trovarli?
«Per niente. Abbiamo dovuto faticare molto, non è agevole ottenere un equilibrio che sia funzionale al mercato al quale guardiamo. Ci siamo riusciti con due professionisti, uno dei quali è italo-canadese, con i quali stiamo lavorando molto bene».
La sua azienda è impegnata sul total-look uomo. E la donna?
«Il maschile è completamente coperto, dai vestiti ai cappotti, dagli impermiabili alla maglieria, dalle camicie alle scarpe agli accessori. Con il femminile ci stiamo provando: infatti, la collezione inverno 2012-2013 presenta qualche capo da donna, poche cose giusto per fare un primo sondaggio. Vedremo i riscontri e valuteremo».
È un momento difficile per le attività imprenditoriali, la crisi morde.
«Inutile girare intorno, è una fase in cui anche le aziende più serie e innovative hanno le loro difficoltà. Certo, fare un buon prodotto e proporlo a un buon prezzo è fondamentale, ma non basta. Tenga conto che la nostra azienda si rivolge ad un segmento di mercato medio-alto che dovrebbe essere meno toccato dalla crisi economica, eppure anche chi può spendere è frenato dal clima di pessimismo che finisce col pervadere tutti».
Come avete risposto alle difficoltà?
«Quando ci siamo resi conto che la situazione peggiorava, abbiamo reagito con tempestività, siamo intervenuti sui prezzi, rendendoli più accessibili, pur mantenendo un prodotto di alta qualità sartoriale. A novembre abbiamo inviato 6.000 lettere ai clienti più fidelizzati per informarli degli sconti in atto, il passa-parola ha fatto il resto e ha consentito di avviare un rapporto di fiducia con altri clienti. In questo modo siamo riusciti a vendere molto bene a dicembre e a gennaio, a muovere il mercato, cosa importante di questi tempi. È un’esperienza che ripeteremo, anche se sappiamo che dalla crisi occorre uscire con soluzioni strutturali, altrimenti tra un anno o anche meno avremmo difficoltà ad andare avanti».
A quali interventi pensa?
«La riforma del mercato del lavoro sarebbe già un importante passo in avanti. Serve più flessibilità in uscita per evitare che durante una crisi le aziende siano costrette a tenere manodopera che non sono in grado di utilizzare. Questo è importante per il futuro dell’Italia ed è importante anche per i giovani, perché un mercato del lavoro più flessibile rende meno difficili le nuove assunzioni. Così come occorre fare qualcosa per mettere più soldi nelle buste-paga dei lavoratori per aumentare il loro potere d’acquisto. Oggi un imprenditore deve tirare fuori 2.000 euro perché l’operaio possa averne appena 1.000. Non è giusto».
Crede che Monti ce la farà a smuovere le acque?
«Voglio pensare che il governo tecnico abbia il coraggio e la forza per procedere sulla strada di quelle riforme che i governi politici non sono stati in grado di fare. Lo spero ardentemente per il bene di tutti. In caso contrario i problemi non potrebbero che aggravarsi».
Quale impatto sta avendo la crisi su Taranto, Brindisi e Lecce?
«Soffrono tutti i comparti produttivi, dai metalmeccanici agli edili, dal Tac (tessile abbigliamento, calzaturiero) all’artigianato. Si difende solo l’agroalimentare con prodotti tipo il vino, l’olio, la pasta. Così come, soprattutto nel Salento, sta tenendo il turismo grazie ad una politica accorta che negli ultimi anni ha implementato l’arrivo di visitatori dall’Italia e dall’estero. Su questa strada occorre continuare, pur nella consapevolezza che il turismo non può risolvere i problemi del nostro territorio».
Negli ultimi anni c’è stato un tracollo del Tac in Puglia e nel Salento. Quando finirà la discesa?
«La crisi che stiamo attraversando in Italia e in Europa è la peggiore dal Dopoguerra. C’è stata prima e ci sarà ancor più adesso una pulizia fisiologica del mercato. Stanno soffrendo e soffriranno anche aziende che sono riuscite a qualificarsi, che hanno puntato strategicamente sull’innovazione e hanno creduto con tutte le forze al loro futuro. Da questa crisi numerose aziende, purtroppo, non riusciranno a salvarsi. La speranza che la situazione di difficoltà non duri ancora due anni, altrimenti sarà difficile uscire dal tunnel buio».
Cosa si deve fare per uscire dal pantano?
«Dobbiamo imparare a fare sistema, dobbiamo metterci insieme, mentre qui siamo abituati ad andare in ordine sparso. Questo è il nostro limite che poi è il limite di tutto il Mezzogiorno. Se uno va a guardare ad altre realtà socio-economiche, tipo l’Emilia Romagna, si accorge che lì il discorso delle sinergie funziona, ci sono i consorzi, le realtà associative che rendono più forte e competitivo il sistema produttivo. Noi siamo obbligati a cambiare registro, altrimenti il futuro sarà davvero difficile. Come dirigente di Confindustria è il punto di vista che ho avuto modo di esprimere in tante occasione, riscontrando anche condivisione. Ma, passare dalla parole ai fatti non è mai facile. C’è poi un problema più generale».
Che è?
«Si tratta di ripristinare un clima di ragionevole ottimismo, cosa sulla quale tutti siamo chiamati ad impegnarci, a partire dal governo per finire ai singoli operatori economici. Il diffuso senso di pessimismo che oggi circola paralizza anche quanti avrebbero le risorse per sostenere attivamente i consumi. È chiaro che in questo clima poco sereno e spesso dipinto a tinte fosche anche chi ha qualche soldo preferisce non spendere e senza acquisti è difficile che possa girare l’economia. Ecco perché occorre diffondere messaggi di fiducia mentre si opera in profondità per varare le riforme necessarie, per snellire la burocrazia e per fare tutto ciò che serva per dare una scossa alla nostra economia».
Domenica 26 Febbraio 2012 alle 18:10