Interviste / Altavilla: «Io, Marchionne
e le nuove sfide della Fiat»
TARANTO - «Sono cresciuto in mezzo alle automobili e ora lavoro in Fiat: più normale di così?». Alfredo Altavilla, nato a Taranto 48 anni fa, è uno dei collaboratori più fidati di Sergio Marchionne. Da poco più di un anno è l’amministratore delegato di Iveco; nel 2008 è stato l’ambasciatore di Marchionne presso la Chrysler e l’uomo che ha reso possibile la fusione della storica casa automobilistica americana con la Fiat.

Una passione per le auto nata tra le mura domestiche. «Mio padre, Martino, purtroppo scomparso, assieme ai fratelli - era concessionario a Taranto di Lancia-Autobianchi. Da ragazzino, durante le vacanze estive, andavo a dare una mano in officina e negli uffici per imparare il mestiere. Ero un ragazzo tutto calcio e motori, come tanti altri».
La sua era una passione profonda?
«Sì, profonda e direi naturale. Collezionavo modellini, disegnavo auto e moto: era il mio pane quotidiano, ma anche il mio sogno per il futuro».
Dopo la maturità va a Milano per studiare Economia e Commercio alla Cattolica. Perché?
«Avevo in mente una sfida con me stesso, volevo frequentare una delle università più difficili in Italia, volevo capire se valevo qualcosa. Insomma, se dovevo fare qualcosa, volevo farla bene».
C’è riuscito?
«Direi di sì, anche grazie all’incontro con Walter Giorgio Scott, docente di marketing. Proprio durante una sua lezione un dirigente Fiat venne a parlare del lancio della Uno. La testimonianza del manager si concluse con un invito agli studenti a scegliere una tesi sull’importanza del modello Fiat Uno dal punto di vista industriale e commerciale. A me, impallinato di motori, non parve vero cogliere l’occasione. Scrissi la tesi, che diventò parte di un libro pubblicato dal prof. Scott, e fui chiamato a fare uno stage in Fiat. Esperienza straordinaria al termine della quale tornai in Università e per un anno e mezzo feci l’assistente. Nel 1990 mi arrivò la proposta di entrare come junior nell’ufficio Collaborazioni internazionali della Fiat. Accettai senza pensarci due volte».
Non sarebbe stato meno faticoso fare il professore?
«Certamente, ma la comodità è la cosa che mi piace di meno. Come dice il presidente Monti non credo di essere portato a fare un lavoro monotono, anche se considero importante l’esperienza nell’Università perché mi ha dato la possibilità di completare alcuni studi, di fare lezione e di valutare gli studenti agli esami. Ma, non era quello lo sbocco della mia vita, ero molto attirato dalle opportunità di crescita e di conoscenze che poteva offrire una grande azienda. Così decisi di puntare le mie carte sulla Fiat».
Quasi 15 anni di lavoro all’ombra del Lingotto, sino alla svolta del 2004.
«Quando arrivò Marchionne, è inutile nasconderlo, Fiat era allo stremo delle forze: l’azienda aveva un grave deficit di competitività e un grande problema di management. Economicamente eravamo in ginocchio e in più c’era una struttura dirigente ingessata dalla burocrazia, dalla paura, dal ricordo paralizzante dei tempi andati. Marchionne impostò e mise in atto un grande lavoro sui conti e sulle persone e arrivò la svolta».
Intanto, l’Italia andava stretta?
«Sì, mentre procedeva il risanamento aziendale, abbiamo affrontato il nodo dell’allenza con GM che stava strangolando la Fiat. Al termine di una lunga e faticosa negoziazione, Marchionne strappò 2 milioni di dollari agli americani per liberarsi della famigerata put-option che li avrebbe costretti ad acquistarci. Stare al suo fianco in quella trattativa è stato come frequentare un master».
Lei è considerato il braccio destro di Marchionne. Che cosa ha in comune con lui?
«L’amore per quello che facciamo, la totale dedizione alla Fiat, il gusto per la competizione, la volontà di superare i concorrenti, l’impegno a riscrivere le regole del gioco per renderle funzionali alle sfide che il mercato globale quotidianamente ci pone. Poi abbiamo un tratto caratteriale comune: siamo due persone integre e trasparenti».
Difficile lavorare con Marchionne?
«No, è stimolante. Lui è unico nel suo genere, è dotato di un forte carisma, ma anche di una sensibilità umana fuori dal comune che gli consente di leggere dentro le persone con una velocità doppia e tripla rispetto agli altri. Del resto non si guida un’azienda con 250.000 dipendenti se non si dispone di attitudini particolari e qualità speciali».
Per la grande stampa internazionale lei è l’uomo della fusione tra Fiat e Chrysler. Perché Marchionne l’ha scelta per un’operazione così delicata?
«In Fiat facevo quello di mestiere: cercare alleanze e fare contratti. Con Marchionne si era stabilito un rapporto di fiducia e quando si è aperto il dossier Chrysler è stato quasi naturale assumersi la responsabilità della trattativa. Naturalmente, ogni passo, ogni decisione è stata presa in piena sintonia con Marchionne».
La casa automobilistica americana è diventata il fiore all’occhiello del Gruppo Fiat. Che cosa si porta dietro da quella esperienza?
«L’insegnamento fondamentale è arrivato dal personale della Chrysler, dai dirigenti, ai tecnici, agli operai. L’azienda era in bancarotta e la Fiat offriva loro una seconda possibilità. Potevano coglierla o lasciar perdere».
Che cosa è successo?
«Dal momento in cui siamo arrivati, era il giugno 2009, c’è stata una risposta straordinaria di volontà, impegno e dedizione alla causa della rinascita della storica casa automobilistica. È stato come andare all’inferno e tornare prima di precipitare nel fuoco: così i dipendenti hanno salvato la loro azienda e il loro posto di lavoro. Per me e per tutti i colleghi Fiat è stato un grande insegnamento che dovrebbe valere anche per l’Italia come sistema-Paese».
Marchionne ha cambiato i rapporti sindacali in Italia. Era necessario agire con tanta determinazione?
«Bisogna rendersi conto che ci sono momenti nella storia di un Paese in cui bisogna riscrivere le regole del gioco perché con le vecchie regole non si va avanti. Oggi si tratta di costruire le basi di una competitività per potersi misurare con gli altri Paesi, salvare il sistema industriale italiano e attrarre investimenti. È questo l’unico obiettivo che ha guidato l’attività di Sergio Marchionne e della Fiat negli ultimi 18 mesi. Faccio fatica a capire chi critica».
È un momento difficile per il mercato dell’auto. Come si sta muovendo Fiat?
«Siamo impegnati in un grande sforzo di prodotto. E’ appena uscita la nuova Panda, sta per arrivare la 500 L, da poco sono sul mercato gli ultimi modelli Lancia (Ypsilon e Thema). Tutto avviene nel momento peggiore per il mercato dell’auto in Italia e in Europa, proprio per questo si tratta di un lavoro degno della massima considerazione. Naturalmente, i risultati positivi che arrivano dalla Chrysler ci incoraggiano a proseguire su questa strada».
Lei guida l’Iveco, la società del Gruppo Fiat che produce veicoli industriali. Dal suo particolare osservatorio, quali previsioni si sente di fare sull’andamento dell’economia?
«I primi sei mesi del 2012 saranno difficili per i nostri prodotti soprattutto in Italia, Spagna, Grecia, Portogallo. Nella seconda parte dell’anno la situazione economica dovrebbe tranquillizzarsi e questo dovrebbe portare ad una leggera ripresa con un beneficio per il nostro business strettamente legato al buon andamento delle attività industriali».
La disoccupazione giovanile dilaga e nel Sud è una piaga sociale. Quale consiglio vuole dare a quanti si affacciano al mondo del lavoro?
«Occorre guardare oltre l’orizzonte della propria casa. Spesso mi capita di trovare ragazze e ragazzi che chiedono di entrare in Fiat, ma non parlano l’inglese. Non conosco un altro Paese europeo dove la conoscenza della lingua più diffusa al mondo sia così scarsa come in Italia. Il vero, grande problema è la formazione che è uno degli aspetti decisivi della competitività in un contesto globalizzato. Così come la professionalità va messa alla prova al di fuori dei confini comunali, provinciali, regionali e nazionali. Occorre andare a lavorare al di là del proprio marciapiede. Quando si va nei Paesi del nuovo miracolo economico come Brasile, Cina e India si trovano tonnellate di giovani spagnoli, tedeschi, olandesi, ma beccare un italiano è davvero un’impresa. Eppure i nostri giovani devono rendersi conto che il posto fisso a due passi da casa non esiste più, è qualcosa che appartiene a un mondo passato che non potrà tornare. Occorre essere consapevoli dei cambiamenti per evitare di sopravvivere in modo inerziale ad una storia che ha già recitato il suo ultimo atto. Questo dev’essere chiaro soprattutto a quei giovani meridionali che più degli altri sono chiamati a misurarsi con le incognite del mondo d’oggi».
Ma si può scaricare tutto il peso sulle spalle dei giovani, mentre il Sud langue?
«Osservazione giusta, ma problema irrisolvibile se non si creano le condizioni per dare consistenza ad un sistema industriale competitivo, capace di attrarre nuovi investimenti. C’è bisogno di una politica dello sviluppo che tenga conto delle condizioni in cui un soggetto economico è costretto ad operare sul mercato globale. È evidente che se vengono frapposti ostacoli più o meno capziosi diventa proibitivo investire, fare sviluppo e, in definitiva, dare risposte positive in termini occupazionali».
Quando torna a casa come trova Taranto e il Salento?
«Farei una distinzione, perché sono colpito e ammirato dalle capacità del Salento di investire nel turismo e diventare un’eccellenza a livello italiano ed europeo. Purtroppo, Taranto, città che amo anche perché ci vivono mia madre, Franca, e mio fratello Alessandro, non è stata capace di fare questo: è rimasta ancorata al siderurgico e non ha saputo guardare oltre. Taranto ha importanti risorse naturali, ma non sono sfruttate per mancanza di coraggio imprenditoriale, quel coraggio che i salentini, invece, hanno saputo trovare».
Ha un suggerimento da dare?
«Il problema di Taranto è soprattutto quello di non avere un sentiero di sviluppo, una visione del proprio futuro. È in quella direzione che bisogna cercare e lavorare. Se dico che per la mia terra è uno dei periodi più brutti, forse sarò criticato, ma è la verità. La speranza è che la durezza del giudizio possa servire a motivare le forze più sensibili e intraprendenti della città. Che ci sono, ma che vanno incoraggiate a tirar fuori la loro voglia di mettersi in gioco per contribuire al bene di tutti».
Domenica 12 Febbraio 2012 alle 19:26