La grande notte della Taranta
Einaudi mattatore, 120mila in piazza
+ PER APPROFONDIRE: salento , melpignano , notte taranta , taranta 2011 , pizzica
LECCE - Come ritrovarsi al centro della musica: tutto il mondo sopra il palcoscenico, in 120mila sotto per ballare finchè c’è energia. Musicisti e pubblico, appassionati e turisti come un corpo solo. La Notte della Taranta fa quattordici - tante sono le edizioni della kermesse - e colpisce ancora il bersaglio: l’evento musicale più atteso dell’estate che si trasforma in una grande festa popolare che riconduce alle radici di questa terra. Musicisti e pubblico come un corpo solo, appassionati “indigeni” e turisti pizzicati più che mai come ad abbattere ogni tipo di barriera: il concertone di Melpignano che diventa simbolo del Salento capace di ricongiugersi al resto del mondo con le contaminazioni messe in scena dal maestro concertatore Ludovico Einaudi (il pianista minimalista celebrato in tutto il mondo) “contagiato” dal morso del Ragno neanche fosse nato tra gli ulivi.

Un altro successo, l’ennesimo, per la kermesse
che pure, nelle ultime ore, aveva fatto tremare gli organizzatori della Fondazione per due forfait “eccellenti”: la comunicazione, prima sussurrata con le indiscrezioni e poi ufficialmente confermata, delle defezioni dei Chieftains e di Diego El Cigala fino alla vigilia previsti in scaletta per ruoli di primissimo piano. Il gruppo irlandese della tradizione folk celtica che avrebbe dovuto rappresentare l’anello di congiunzione con il battito mediterraneo del tamburello e uno dei più famosi cantanti spagnoli di flamenco che avrebbe dovuto misurarsi con il grico di “Aremu” e con il celebre coro la-ri-lo-la-le-ru dell’attesa ”Kalinifta”. Saltati entrambi per motivi, pare, familiari (nulla di più dalla scarna nota diffusa dalla Fondazione nel pomeriggio di ieri, ma le voci di problemi contrattuali erano insistenti): il rischio, dietro l’angolo, di una Taranta azzoppata e dimezzata rispetto al progetto di Einaudi di spingersi, in questa edizione targata 2011, ancora oltre nelle contaminazioni con le altre musiche popolari.
Rischio svanito solo quando, accesi i riflettori sotto il cielo stellato del piazzale degli Agostiniani, più che all’elenco degli ospiti, ci si è lasciati trascinare dal ritmo vorticoso di questa musica che viene da lontano e, sotto sotto, non ha bisogno di molte traduzioni. Sono le dieci e mezzo della sera quando (dopo il prologo affidato alle Cantatrici di Borgagne, al gruppo Roba de Smuju, agli Arakne Mediterranea e alla Fanfara di Tirana) comincia il concertone e i tamburelli del pubblico - tanti, tantissimi - si alzano al cielo.

Aprono i tamburi giapponesi. Poi è la volta di Einaudi, l’architetto musicale di questa grande scommessa: seduto dietro al suo pianoforte esegue l’ouverture scritta di suo pugno in questi giorni “caldissimi” di prove salentine accompagnato dal fido Mauro Durante: come se, elegante e misterioso, muovesse i fili di un’ideale sipario. Poi, il muro di suono dell’Orchestra scuote il corpo e fa mulinare le gambe all’infinito: subito Mercan Dede, dj turco alla sua seconda Taranta, che apre l’elenco degli ospiti con il battito elettronico che s’insegue con quello dei tamburelli; poi, le voci femminili salentine che intonano “Mamma la rondinella”, “Donna ci stai alle cambare” e “Ahi lu core meu”. Una sezione dietro l’altra - 10 in tutto quelle previste da Einaudi - e la successiva ideata e dedicata per intero ad Uccio Aloisi, lo storico cantore salentino scomparso lo scorso autunno che è già un’icona dell’immaginario popolare: la prima Taranta senza di lui, il pensiero che va alla sua “Vorrei volare” e alle incaccellabili radici contadine di questo fenomeno chiamato pizzica.

Rotola via la Notte
, passa la mezzanotte e la piazza si riempie come un fiume in piena. Con i diciottenni “accampati” sin dalle prime ore del giorno sotto il palcoscenico, con le mamme col passeggino che si tengono un poco più lontano, con i nonni che si affacciano orgogliosamente sorpresi per questa loro musica diventata così conosciuta. Cornice perfetta (delimitata, laggiù in fondo, dalla schiera di paninoteche e birrerie ambulanti che forse dovrebbero essere un po’ ridimensionate) di uno spettacolo che si fa intimo, a tratti, e poi riesplode come fosse un raduno rock: l’Africa che irrompe improvvisa con Ballakè Sissoko (un ritorno anche per lui dal Mali) con le suggestioni della kora che sembra un po’ arpa e un po’ liuto; gli incroci blues di un maestro della chitarra come l’inglese Justin Adams e il virtuoso Juldeh Camara che viene dal Gambia con il suo violino a corda; i tamburi di Joji Hirota e dei Taiko Drummers che portano i ritmi forsennati del lontano Giappone. Tamburi coreografici come i nostri tamburelli, laggiù (il Sol Levante) come quaggiù, passioni che si incrociano al ritmo dei danzatori salentini. L’azzardo più grande per il Ragno mai spintosi così lontano dai propri territori: l’Asia che mai, nessuno, avrebbe immaginato così vicina al Mediterraneo. Vicino quanto il reggae-pizzica dei Sud Sound System (Salento doc, non c’è che dire) chiamati per la grande chiusura quando è già notte fonda: prima l’effervescente “Saietta” dove Einaudi torna sopraffino mucisista e poi “Beddha carusa” che, rigorosamente in dialetto, sta già facendo il giro delle radio. Poco prima del gran finale con “Santu Paulu”: pizzica fino alla morte, come dicevano i padri. Buonanotte con i tamburelli. E quelli che, a luci spente, continueranno a battere fino all’alba.
Giovedì 15 Settembre 2011 alle 13:47
Ultimo aggiornamento: 13:47